No, l’Ocse non ha chiesto all’Italia di “ridurre il reddito di cittadinanza“. Come spiegato due giorni fa da ilfattoquotidiano.it, alcuni frettolosi lanci di agenzia avevano riportato questa tra le indicazioni contenute nel rapporto dell’organizzazione parigina sull’Italia. Ma si trattava invece di una raccomandazione fatta nel 2019, poco dopo l’avvio del reddito, e solo ricordata nel nuovo documento per valutare i progressi fatti. Del resto oggi la cifra media versata ai nuclei beneficiari è di 548 euro, del tutto in linea con quel vecchio suggerimento di portare l’ammontare del sussidio al “70% della linea di povertà relativa”. Oggi a confermarlo è Stefano Scarpetta, direttore per il Lavoro e le politiche sociali dell’Ocse, che a Repubblica spiega: “I 550 euro mensili medi calcolati corrispondono più o meno al 70% della linea di povertà secondo le classificazioni Istat, in linea con le nostre raccomandazioni”.

“Il reddito di cittadinanza è uno strumento importante di contrasto alla povertà. Come ci dice l’Istat, un milione di persone è scivolato sotto la soglia di povertà assoluta nella pandemia: sarebbe andata peggio senza il Rdc e le altre misure straordinarie”, sottolinea Scarpetta. E “una forma di sostegno esiste in quasi tutti i Paesi industrializzati, semmai sorprende che non ci fosse ancora in Italia dove 5,6 milioni di persone vivono sotto i livelli di povertà sanciti dall’Istat: il 9,4% della popolazione”.

Detto questo, ci sono sicuramente diverse modifiche da fare: secondo il funzionario “l’80% dei poveri” (anche se la quota secondo Caritas è del 44%) “in Italia non accede al reddito: c’è qualcosa che non funziona”. Servono dunque modifiche dei criteri di accesso, che “andrebbero allentati. La platea dei beneficiari deve diventare più vasta. Sono troppo stringenti le norme sulla residenza in Italia degli extracomunitari o sul peso del patrimonio posseduto pur se minimo“. E vanno “strette le maglie contro l’evasione fiscale: fra i tanti guasti, rende più facile l’accesso al RdC a chi non ne ha diritto”. Va poi, secondo Scarpetta, abbassato il livello massimo di 9.360 euro annui che “equivale a uno stipendio in alcune regioni”.

Rimane poi da affrontare la riforma di centri per l’impiego e politiche attive del lavoro: “Sono una prerogativa delle Regioni” ma “servono linee guida uniche, monitoraggio delle performance dei centri per l’impiego, uso dei voucher per coinvolgere le società private di collocamento“. E “l’idea di Mimmo Parisi di un database interattivo che incrociasse domanda e offerta su scala interregionale era giusta: poteva essere presentata in maniera più chiara ma soprattutto ha cozzato contro rivendicazioni territoriali consolidate. Anche nei Paesi federali le politiche del lavoro sono decentrate ma con coordinamento nazionale. Servono linee guida uniche, monitoraggio delle performance dei centri per l’impiego, uso dei voucher per coinvolgere le società private di collocamento”.

Il Pnrr “offre con 6,6 miliardi destinati alle politiche attive del lavoro un’opportunità unica per mettere mano alle lacune nel Rdc, sviluppare finalmente il database nazionale e riformare gli ammortizzatori sociali, anche con lo strumento in discussione della garanzia di occupabilità. Il Reddito è un fondamentale cuscinetto al quale vanno affiancate la qualificazione e l’orientamento dell’individuo per il suo reinserimento a pieno titolo nella società nel più breve tempo possibile”.

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