Cinque anni fa fece scalpore uno studio di due economisti della Banca d’Italia sulle famiglie più ricche di Firenze, tanto da conquistarsi un titolo sulla prima pagina del Wall Street Journal. Cosa c’era di così straordinario? Il fatto che nella città toscana i ricchi sono gli stessi da 600 anni. Patrimoni che si tramandano da secoli, generazione dopo generazione, inattaccabili da invasioni, annessioni, guerre, crisi, mutamenti sociali. Senza dubbio un attestato di merito per le capacità amministrative delle privilegiate famiglie ma anche un segnale emblematico di quanto in Italia sia complicato costruire grandi ricchezze fuori dalle dinamiche ereditarie e familiari. “Le grandi ricchezze non si creano ma mi sposano”, scherzano i francesi, a testimonianza di come il fenomeno non sia prerogativa del nostro paese ma qui sicuramente è molto spiccato e poco si fa per correggerlo.

Un modo per riequilibrare la bilancia su cui si pesano meriti e fortuna, esiste e si chiama tassa di successione. Un’ imposta guardata con favore anche da storiche figure del pensiero liberale, a cominciare dall’ex presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Ma in Italia questa tassa di fatto non esiste. L’ennesima conferma arriva da un dettagliato rapporto pubblicato oggi dall’Ocse sul prelievo che viene applicato sulle eredità in 28 dei 36 paesi membri. Lo studio rileva innanzitutto come, in generale, le tasse di successione e sulle donazioni abbiano subito una progressiva riduzione nei paesi membri. Nel 1970 i prelievi su donazioni ed eredità contribuivano per circa l’1% al gettito complessivo dei paesi Ocse. Oggi siamo intorno all0 0,5%. Facile capire chi ne abbia tratto più vantaggio. Chi ha molto da donare e da trasmettere, ovvero chi è già ricco. Una dinamica che si inserisce nel più ampio calo della pressione fiscale sui ceti più abbienti con le aliquote più alti più che dimezzate dal 1980 ad oggi.

Nel rapporto l’Italia si distingue come uno dei paesi in cui la tassa di successione e più bassa (4%) e in cui per contro è più alta è la soglia di esenzione, inferiore solo a quella statunitense, che applica però un’aliquota del 40%. Per i figli in Germania il prelievo va dal 20 al 40%, in Francia dal 5 al 45%, in Spagna dal 5 al 35%, in Giappone si avvicina al 50%. Incrociando aliquote, soglie di esenzione per gradi di parentele emerge come l’Italia ricavi da questa imposta una quota del suo gettito tendente a zero, al di sotto dello 0,2% conto una media Ocse dello 0,5%. In paesi come Francia o Belgio ci si avvicina all’1,5% del gettito complessivo, in Gran Bretagna allo 0,7%. Stati Uniti, in Germania e Spagna sono introno allo 0,5%.

I proventi italiani della tassa di successione sono sempre stati modesti ma si sono pressoché azzerati nel 2006, quando il governo di Silvio Berlusconi ha alzato drasticamente la soglia di esenzione portandola ad un milione di euro ed estendendola per gradi di parentela. Una riforma di cui hanno beneficiato soprattutto i ceti più abbienti della popolazione, visto che per lasciti più contenuti un’esenzione era già prevista. Anche quando si applica, il prelievo è fisso ed estremamente basso. Come spiegato dall’ex ministro delle Finanze, Vincenzo Visco a Ilfattoquotidiano.it l’ aliquota del 4% fu decisa per ragioni esclusivamente pragmatiche. Equivale, più o meno, al costo che una bisognerebbe sopportare per trasferire all’estero le ricchezze da trasmettere in eredità sottraendole al fisco italiano.

Insieme a Spagna ed Austria, l’Italia si distingue così come il paese in cui la ricchezza posseduta dagli individui tende a coincidere di più con quanto ereditato. E’ anche il paese in cui è più bassa la quota di persone appartenenti al quinto più povero della popolazione che ha ricevuto beni in eredità. Meno del 5% contro il 10% della Spagna o il 15% della Francia. Ed è infine uno dei paesi in cui le eredità ricevute dagli appartenenti al 20% più ricco della popolazione sono più elevate: in media 400mila euro, contro i 300mila della Germania o i 200mila della Francia.

Qui la petizione del Fattoquotidiano.it per un prelievo sulle ricchezze sopra i 50 milioni di euro contro l’emergenza Covid

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