Sembrava che la guerra tra Russia e Ucraina non dovesse incidere sulla Stazione spaziale internazionale dove da due giorni è approdata la missione guidata dall’astronauta italiana Samantha Cristoforetti. In realtà con il passare delle settimane, dall’invasione da parte dell’esercito di Mosca del 24 febbraio, anche le relazioni tra paesi per la ricerca scientifica spaziali si sono infrante. La Russia lascerà la Iss, come aveva preannunciato a inizio aprile, a causa delle sanzioni imposte dai paesi occidentali. “La decisione è già stata presa, non siamo obbligati a parlarne pubblicamente – ha detto il direttore generale Dmitry Rogozin in una intervista all’agenzia Tass -. Posso dire solo questo: in linea con i nostri obblighi informeremo i nostri partner della fine del nostro lavoro sull’Iss con un anno di anticipo“. Il numero uno di Roscosmos ha spiegato: “Non dovremmo affrettarci a dichiarare la nostra posizione e continueremo il nostro lavoro entro il termine stabilito dal governo, che è fino al 2024. Una decisione sul futuro della Iss dipenderà in larga misura dall’evoluzione della situazione sia in Russia che intorno ad essa”. Il mese scorso l’Esa, l’Agenzia spaziale europea, deplorando l’invasione, aveva sospeso la missione su Marte.

La collaborazione sulla Iss vede la Russia al fianco delle agenzie spaziali di Stati Uniti, Europa, Canada e Giappone da anni. Quello che è considerato un avamposto dell’uomo nello spazio, dove gli astronauti hanno continuato a collaborare, è diventato oggetto della battaglia sulle sanzioni. Rogozin nelle settimane scorse aveva detto che la Russia non sarebbe stata in grado di garantire il riposizionamento della Iss sulla sua orbita corretta. Ma la sua minaccia era caduta nel vuoto. “Ritengo che il ripristino delle normali relazioni tra i partner della Stazione Spaziale Internazionale e altri progetti congiunti sia possibile solo con la completa e incondizionata revoca delle sanzioni” aveva scritto sul suo profilo Twitter. Dichiarazioni che erano arrivate come una doccia fredda, a pochissimi giorni dall’atmosfera distesa che aveva visto l’arrivo di altri tre cosmonauti sulla Iss, accolti da abbracci e sorrisi dai colleghi americani ed europei a bordo, e dopo il rientro a Terra dell’astronauta americano Mark Vande Hei con una navetta Soyuz e due colleghi russi.

Rogozin a marzo aveva dichiarato che la Russia non avrebbe più potuto assicurare l’arrivo delle navette cargo Progress, che alla stazione orbitale consegnano periodicamente materiali e rifornimenti e che, inoltre, hanno il compito fondamentale di accendere periodicamente i loro motori per mantenere la Stazione Spaziale sulla sua orbita corretta. Si tratta di una manovra di routine, necessaria per contrastare il fenomeno del decadimento orbitale, ossia la tendenza dell’orbita della Stazione Spaziale a spostarsi verso il basso. Una manovra che era stata eseguita l’11 marzo. Il comando era arrivato dal Centro di controllo russo TsUP e il motore del cargo Progress MS-18 (79-P per la Nasa) si è acceso per 6 minuti, consentendo di riportare la Stazione Spaziale sull’orbita corretta. È una manovra di routine, che si esegue generalmente ogni due o tre mesi. Attualmente il veicolo russo è’ l’unico a compiere questa manovra ed è questo il motivo per cui, il primo marzo scorso, la responsabile del Volo umano della Nasa, Kathy Lueders, aveva detto che l’agenzia spaziale americana stava considerando la possibilità di utilizzare a questo scopo le sua navette cargo Cygnus: sarebbe, aveva aggiunto, un primo passo verso un’eventuale indipendenza dalla Russia, nel caso questo Paese decidesse di abbandonare le attività a bordo della Stazione Spaziale. Come è ora avvenuto.

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