Non fu omicidio volontario. Con la sentenza pronunciata mercoledì, la prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Milano ha riformato il verdetto di primo grado sulla morte del piccolo Mehmed, il bimbo croato di due anni e cinque mesi il cui corpo martoriato e senza vita fu ritrovato in un appartamento di via Ricciarelli, in zona San Siro, nel maggio 2019. Il padre, il 26enne Alija Hrustic, era stato condannato due anni dopo all’ergastolo con nove mesi di isolamento diurno per omicidio volontario, maltrattamenti e tortura aggravati. I giudici di seconda istanza hanno invece riqualificato il reato più grave di omicidio in maltrattamenti pluriaggravati, considerando tra le aggravanti la morte del bambino. L’imputato è stato assolto anche dall’accusa di tortura e da quella di maltrattamenti ai danni della moglie, “perché il fatto non sussiste“. Risultato: anziché l’ergastolo, a Hrustic sono stati inflitti 28 anni di carcere. Le motivazioni saranno depositate tra 40 giorni.

Respinta la richiesta di conferma della condanna della sostituta procuratrice generale Paola Pirotta. Secondo i giudici d’appello, la morte di Mehmed fu una conseguenza non voluta dei plurimi maltrattamenti del padre e non un atto diretto e volontario. Il caso Hrustic è stato il primo in Italia in cui è stato contestato il reato di torturaintrodotto nel 2017 – nell’ambito delle violenze in famiglia. Secondo gli accertamenti condotti dalla Squadra mobile di Milano, coordinata dalla pm Giovanna Cavalleri, per i due giorni precedenti alla morte il bambino aveva subito le violenze del padre. Hrustic lo aveva colpito con “calci e pugni”, gli aveva provocato “bruciature” sul corpo con l’estremità di sigarette accese e ustionato i piedini “con una fiamma viva”. A causarne la morte sono stati poi alcuni colpi sulla fronte.

“Lungi da me l’idea di parlare di vittoria o sconfitta in un processo dietro il quale c’è una tragedia umana incolmabile“, le parole del difensore dell’imputato, l’avvocato Giuseppe de Lalla. “Al netto di ogni retorica credo che la tesi difensiva sia la più aderente a una verità processuale sovrapponibile a quella fattuale”, ha spiegato. Per l’avvocato, la sentenza di primo grado metteva in luce la “lacunosità” e le “contraddizioni” nel racconto della moglie che fu testimone delle violenze. “Mi riservo ogni commento più approfondito alla lettura delle motivazioni, ma da quello che emerge sinora anche la Corte d’Assise d’appello ha fatto una attenta analisi di queste contraddizioni”. Nella sentenza, i giudici della Corte d’Assise avevano evidenziato dei dubbi sul comportamento della donna. “Non è apparso chiarito a sufficienza se in concreto fosse stata nelle condizioni oggettive per tutelare in modo più efficace il figlio“, si leggeva.

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