Dicono fonti della Casa Bianca, riportate alcuni giorni fa da Nbc News, che Joe Biden abbia scarsa simpatia per gli alleati europei. Il presidente, in pubblico, proclama che l’alleanza occidentale è salda e che, sull’Ucraina, esiste una sola strategia. Nel privato delle riunioni alla Casa Bianca, i suoi giudizi sono meno benevoli. L’insofferenza nei confronti degli alleati è palpabile. Olaf Scholz, il cancelliere tedesco, non è Angela Merkel. Boris Johnson ha un carattere imprevedibile e umorale. Emmanuel Macron punta a un ruolo da leader nell’Unione europea. Il presidente Usa che, in una carriera durata mezzo secolo, ha fatto della politica estera il fulcro dei suoi interessi si trova ora solo e in difficoltà a gestire proprio una crisi internazionale. Con molti problemi a tenere unita la coalizione, a corto di opzioni chiare per il futuro, Biden rischia di vedere ulteriormente intaccata la sua credibilità.

Nei giudizi di Biden c’è sicuramente un dato generazionale. Gli alleati con cui il presidente si trova a collaborare sono politici che non conosce, lontani per formazione ed esperienze. Paradossalmente, l’unico che Biden conosce davvero è Vladimir Putin, l’avversario che lui descrive come “un uomo con le testate nucleari ma senza amici”. Ma anche Putin, in fondo, è un rivale che Biden non rispetta e che anzi disprezza apertamente. Lo scorso marzo proprio il presidente Usa aveva definito il leader del Cremlino “a killer”. Con “un assassino” ci sono poche possibilità di venire a patti. E infatti, tutta la questione ucraina è costellata da una pressoché totale incomunicabilità tra Washington e Mosca.

Questa crisi arriva in un momento non facile per Joe Biden. L’agenda interna del presidente è bloccata. L’ultimo fallimento l’ha annunciato Jill Biden, la moglie, spiegando che il college pubblico gratuito non farà parte del progetto di riforma del welfare, il Build Back Better, che l’amministrazione sta faticosamente cercando di far passare. Un’altra promessa fatta in campagna elettorale, dunque, tramonta. Prima c’erano stati i tonfi sulle riforme del diritto di voto, sull’immigrazione, sul controllo delle armi, senza contare il disastroso ritiro da Kabul. Le elezioni di midterm si avvicinano e i Democratici sembrano destinati a una sconfitta bruciante: alla Camera potrebbero perdere tra i 20 e i 40 seggi. A quel punto, per i restanti due anni, Biden si trasformerebbe in un presidente ancora più inefficace di quanto già non sia.

È in questo contesto che esplode la crisi ucraina. L’Ucraina non è ovviamente l’Afghanistan. Non ha, per gli americani, la stessa forza simbolica ed esistenziale. In Ucraina non ci sono soldati americani e il Pentagono ha già spiegato che, in caso di invasione russa, le truppe americane non interverranno. Ugualmente, la crisi è un test importante – interno e internazionale – per la credibilità di questa amministrazione. Biden non può permettersi di aggiungere umiliazione a umiliazione. Non può mostrarsi debole nei confronti di Putin. Non può far sì che la potenza Usa venga derisa proprio nei luoghi dove 30 anni fa si celebrò il disfacimento dell’impero sovietico e il trionfo del modello politico, sociale, economico americano. Ne va, per l’appunto, della capacità di questa amministrazione di continuare a proporsi come leader del “mondo libero”.

Sull’Ucraina convergono del resto questioni molto diverse, che per Biden sono sì politiche ma anche private. Da vicepresidente, viaggiò per sei volte nel Paese. In Promise Me, Dad, la sua autobiografia del 2017, ricorda con grande partecipazione un viaggio in Ucraina del 2014, dopo che le proteste di massa avevano cacciato il presidente filo-russo Viktor Yanukovych e la Russia aveva annesso la Crimea: “Il popolo ucraino era stato su montagne russe ora elettrizzanti ora strazianti per tutto l’anno precedente e io mi sentivo come se fossi stato con loro”, scrive Biden. La “Rivoluzione della Dignità”, come fu chiamata l’insurrezione contro Yanukovych, il sacrificio di decine di cittadini uccisi dai cecchini, lo slancio democratico di quei giorni restano un ricordo indelebile per il presidente americano, tanto da parlarne diffusamente nel suo mémoir.

Questa è una ragione dell’attenzione particolare con cui Biden segue la crisi ucraina, ma non è ovviamente la sola. Ce ne sono di politiche, che ruotano attorno alla questione dei rapporti con la Russia. Biden è un politico cresciuto negli anni della Guerra Fredda, abituato dunque a una netta contrapposizione tra i blocchi. Ed è oggi convinto che l’amministrazione Obama, nel 2014, sottovalutò la gravità di quanto stava avvenendo – in fondo, l’annessione della Crimea è la prima in Europa dall’Anschluss hitleriano del 1938 – e non fu capace di intuire l’entità della minaccia russa. La guerra nella regione ucraina del Donbass, dove la Russia appoggia i separatisti, ha fatto qualcosa come 14mila morti dal 2014. Proprio da una zona controllata dai separatisti filo-russi è partito il missile che ha abbattuto l’areo della Malaysia Airlines con a bordo 298 persone. La prudenza di Obama nei confronti dei piani politici e militari russi allora avrebbe quindi dato a Putin un senso di impunità, di cui l’ingerenza nelle elezioni americane del 2016 è stato solo un episodio.

Lo ha detto molto bene Max Bergmann, un analista che era funzionario del Dipartimento di Stato in quei mesi. “La crisi del 2014 ha chiarito molte cose – ha spiegato di recente Bergman – Quello cui assistiamo oggi è lo sforzo di organizzarsi al meglio, mandando un messaggio molto chiaro su quali sarebbero i costi di un’invasione per la Russia”. In altre parole, Biden non vuole ripetere l’errore di Obama. Pensa che quello che si fece allora – espulsione della Russia dal G8, sanzioni – fu troppo poco. Pensa che l’amministrazione Obama, occupata soprattutto da Asia e Medio Oriente, abbia dedicato scarsa attenzione all’Europa. Pensa che un’eventuale invasione dell’Ucraina possa rappresentare un pericolo per la stabilità del continente europeo. Pensa che di Putin non ci si possa fidare e che il presidente russo usi proprio l’Ucraina per testare fino a dove può spingersi nella sfida – militare e non – agli Stati Uniti. Pensa che non limitare l’interventismo russo oggi possa portare a conseguenze ben peggiori nel futuro. How To Stand Up to the Kremlin, come opporsi al Cremlino, si intitola un saggio co-firmato da Biden per la rivista Foreign Affairs nel 2018.

Se queste sono quindi le ragioni che spiegano l’importanza che Biden attribuisce alla crisi ucraina, più difficile è per il presidente mettere a punto una strategia compiuta. Anzitutto perché, al di là delle dichiarazioni di facciata, gli alleati europei hanno interessi sensibilmente diversi rispetto a quelli degli Stati Uniti. La cosa è stata chiarissima lunedì, in occasione della visita del cancelliere tedesco a Washington. Durante la conferenza stampa, Biden ha detto esplicitamente che “nel caso la Russia dovesse invadere l’Ucraina, il gasdotto Nord Stream 2 non si farà”. Il cancelliere Scholz, molto prudentemente, se ne è stato zitto. Un silenzio che mostra tutte le ambiguità tedesche in tema di confronto con la Russia. Non è solo la dipendenza energetica europea dalla Russia a scavare un solco. Sono anche le diverse ambizioni politiche a incrinare i rapporti tra gli occidentali. Il viaggio di Emmanuel Macron a Mosca e Kiev risponde ai disegni politici di un presidente in campagna elettorale, che ha bisogno di rafforzare la sua immagine presso l’opinione pubblica francese e la cui agenda non coincide con quella di Biden. Tanto è vero che Washington ha mantenuto, nei confronti del viaggio di Macron, un silenzio raggelante ed esplicito. Macron non era ancora rientrato a Parigi che i media americani già parlavano di “fallimento” dell’iniziativa diplomatica.

Non è del resto facile, per l’amministrazione americana, tenere insieme i 27 Stati della Ue e gli altri 29 della Nato. Ma le difficoltà non finiscono qui. È l’intera strategia americana che pare, al momento, poco incisiva. Sinora, a Washington hanno seguito soprattutto una strada. Quella di ingigantire la minaccia dell’invasione, anticiparla, darla come un dato di fatto. Ogni volta che la Russia è sembrata sul punto di agire, a Washington si è anticipato la mossa, annunciandola al mondo. La cosa è apparsa molto chiara lo scorso weekend, quando sui media americani è girata la velina, ispirata da fonti del Dipartimento di Stato, secondo cui la Russia starebbe preparando un’invasione su larga scala dell’Ucraina, con l’intenzione di arrivare a Kiev e deporre il presidente Zelensky. L’invasione, hanno detto le fonti americane, costerebbe le vite di circa 25mila soldati e farebbe tra le 25mila e le 50 mila vittime civili. Contemporaneamente, il consigliere alla sicurezza nazionale, Jake Sullivan, ripeteva che l’invasione russa è “imminente”.

La strategia americana ha avuto l’effetto di irritare profondamente il governo di Kiev – non credete alle “previsioni apocalittiche”, ha detto il ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba – e solleva dubbi tra gli stessi esperti di cose internazionali a Washington. Dare continuamente per “imminente” l’invasione potrebbe, infatti, non dissuadere i russi, ma far precipitare l’invasione, trasformarla in un dato di fatto ineluttabile. Il problema è che, al momento, non pare che l’amministrazione Biden abbia molte altre strade da percorrere. Senza interessi davvero comuni con gli europei, a canali diplomatici praticamente chiusi col Cremlino, a Biden non resta che alzare il livello dello scontro, sperando che questo blocchi i piani di Putin. Non è un caso che, a Washington, sia ancora la strada delle sanzioni unilaterali quella che appare più probabile. Democratici e Repubblicani ne stanno discutendo al Congresso, l’amministrazione sta preparando un piano di interventi. A essere colpite sarebbero anzitutto una serie di banche di stato russe, in particolare quelle che finanziano l’apparato militare. Si interverrebbe con il blocco all’esportazione verso la Russia di tecnologia essenziale. Si pensa di tagliare il flusso di finanziamenti e la vendita di bond sovrani. Più difficile, ma allo studio, toccare gli interessi personali di Putin e di politici e oligarchi vicini al Cremlino.

Le sanzioni non sono però politica estera. Sono uno strumento di pressione, ma non sostituiscono diplomazia, accordi, relazioni multilaterali. Il fatto che siano esse, al momento, l’unica arma concreta in mano americana mostra l’isolamento di questa amministrazione e le difficoltà a trovare la quadra alla crisi ucraina.

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