Per la gran parte del tempo fanno spola tra i porti della Sicilia, muovendosi principalmente tra Porto Empedocle e Catania, avendo a bordo un carico di umanità viaggiante che può andare da un minimo di 20 persone, nei periodi di calma apparente, fino a un massimo di 800. Sono le cosiddette “navi quarantena”, le imbarcazioni di linea che sotto il Conte bis, a pochi mesi dallo scoppio della pandemia, hanno cambiato veste e sono state riconvertite in strutture dove mettere in isolamento le persone in arrivo via mare da paesi del nord Africa come Tunisia, Marocco, Egitto, ma anche via terra, da Siria, Bangladesh, Pakistan e Afghanistan, per esempio. Una misura emergenziale, si pensava, che con il passare delle settimane e dei mesi ha assunto tutti i connotati della regola. E regolari sono diventate anche le voci critiche nei confronti di questo sistema, che al momento conta quattro navi “attive” e un totale di circa 500 migranti a bordo. È dal mondo degli esperti del settore migrazioni che arrivano le denunce più dure, soprattutto dopo che si sono verificati alcuni decessi su cui ancora bisogna fare chiarezza, tra cui quella del 17enne somalo Abdallah Said, morto di tubercolosi all’ospedale Cannizzaro di Catania in seguito a una permanenza di diversi giorni sulla nave Azzurra in condizioni di salute critiche. Ma a denunciare sono gli stessi operatori della Croce Rossa, l’ente che opera sulle navi attraverso una convenzione con il Ministero dell’Interno.

“Le squadre della Croce rossa lavorano in modo ottimo e le mie critiche non vanno ai colleghi, con cui mi sono sempre trovato bene. Ma alle falle di queste strutture, che sono state concepite per trasportare passeggeri e non per il trattamento di un così grande numero di persone con problematiche fisiche o psicologiche”, racconta a ilfattoquotidiano.it Andrea (nome di fantasia), che nel corso della sua esperienza di diverse settimane nei panni di operatore ha dovuto fare i conti con diverse criticità. “Uno dei paradossi principali è che, nonostante questi traghetti servano a evitare la diffusione del contagio, a causa della loro organizzazione si trasformano al contrario in serbatoi di infezione. Molte navi non hanno la possibilità di avere comparti adeguatamente separati, così contagiati e non contagiati entrano in contatto al momento dei pasti, spesso condividono la stessa cabina”.

Le vecchie condizioni in cui si trovano la maggior parte dei traghetti fanno il resto: oblò che non si aprono, cattivi sistemi di aerazione, moquette impossibili da disinfettare e ascensori che vengono utilizzati tanto per le persone quanto per il trasporto di immondizia. “Il Covid non è l’unico problema. Molti migranti hanno bisogno di seguire un trattamento contro la scabbia. Ma le squadre che lavorano sulle navi sono troppo dipendenti dall’approvvigionamento a terra – prosegue Andrea – A volte, per esempio, si resta senza vestiti, senza lenzuola o senza una pomata fondamentale proprio mentre si è in viaggio da un porto all’altro. Il punto è che se si sta curando qualcuno che ha la scabbia, non fornirgli dei nuovi vestiti equivale ad annullare tutto il trattamento”.

Vivere per un lasso di tempo che può andare da 10 a 40 giorni in un posto esclusivamente circondato dall’acqua ha inoltre ripercussioni sul piano psicologico. Per molte delle persone che hanno rischiato la vita attraversando il mare, giungere alla meta e ritrovarsi a trascorrere le giornate con la costante percezione dei moti delle onde sotto ai propri piedi può essere una grave difficoltà, che si aggiunge alla frustrazione di avere scarsa libertà di movimento e di comunicazione con la propria famiglia (il Wi-Fi non regge la connessione in contemporanea di centinaia di persone e si può usare soltanto a turno). Secondo quanto riporta l’operatore, “gli psicologi fanno un grande lavoro per mantenere la calma, ma il rischio è che qualcuno, in un momento di distrazione da parte di chi controlla, si butti in mare. Oppure che si scatenino delle rivolte per le lunghe attese. Siamo noi stessi operatori a essere in pericolo, perché si lavora sotto organico e a volte, durante le traversate, il cellulare non prende, non possiamo contattare nessuno in caso d’emergenza”.

Nella situazione di isolamento in cui personale e migranti si ritrovano, anche gestire i casi più gravi diventa una questione di improvvisazione. “Una delle quattro imbarcazioni attualmente impiegate è degli anni Settanta, lì sopra gli ascensori non funzionano. Una volta due colleghi hanno dovuto trasportare un ragazzo in barella lungo le scale strette, dovendo stare attenti affinché la flebo non si staccasse”. C’è poi la questione della farmacia di bordo, che spesso corrisponde a una stanza che non è possibile chiudere a chiave. “Vigilare è impossibile, se qualcuno si organizzasse potrebbe entrare di nascosto e prendere quello che vuole”, sottolinea Andrea, secondo cui l’alternativa sarebbe sfruttare per la quarantena alberghi in disuso. “Se lavorassimo in centri sulla terra ferma molti di questi problemi non ci sarebbero. Non saremmo costretti a un isolamento vero e proprio, che rende impossibile anche alla gran parte dei giornalisti e dei fotografi documentare quello che avviene sulle navi quarantena”.

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