Albero e presepe ci sono, a ricreare l’atmosfera natalizia nelle case. Ma per migliaia di famiglie, anche in Sardegna, la festa è solo di facciata. Non mancheranno sorrisi e qualche regalo per nascondere ai figli l’angoscia di un futuro incerto, tavole imbandite meglio che si può ma solo per non darla vinta alla depressione incalzante.

AIRITALY – Perché a pochi giorni dal secondo Natale dell’era Covid, c’è chi, come i lavoratori della compagnia “AirItaly”, intravede la fine della cassa integrazione e, salvo buone nuove nel giro di qualche giorno, l’inizio della vita da licenziato: troppo giovane per andare in pensione, ma avanti negli anni per sperare di essere assunto da altre compagnie che dovessero andare alla ricerca di nuovo personale, pandemia permettendo. Giorgia Palanghi vive la drammatica vertenza della flotta sardo-quatariota in doppia veste: da ex addetta di sala operativa e da compagna di un tecnico aeronautico. “Ho una figlia di 11 anni e devo sforzarmi di sorridere per lei, ma è dura, molto dura. Forse è il primo anno che non riesco a sentire l’atmosfera natalizia. Sono preoccupata e arrabbiata, anche perché di noi non parla quasi nessuno. Eppure stiamo creando un precedente, avendo permesso ai proprietari di chiudere in bonis lasciando senza prospettive 1322 persone. Chi pensate che ci assuma, ora? Siamo troppo giovani per la pensione, ma troppo vecchi per trovare un altro lavoro. Al mio compagno, in questi 2 anni, sono scadute le certificazioni e ora, se vuole riaverle, deve pagare di tasca”. Il futuro, in queste condizioni, potrebbe essere solo all’estero: “Speriamo si mettano una mano sulla coscienza. Anche l’interessamento mostrato in questo ultimo periodo da Regione e Ministero è tardivo, avrebbero dovuto agire molto prima”. In Sardegna, invece, sembra che si mettano i tappeti rossi a chi arriva dal Quatar. Si veda il caso della clinica Mater Olbia, eccellenza privata che stride con il disastro della sanità pubblica.

NOVE ANNI FERMI – Bruno Usai, sindacalista Fiom Cgil, 58 anni, padre di una figlia ventenne, fa parte dei 350 lavoratori ex Alcoa di Portovesme che stanno nel limbo della mobilità in deroga: sostegni che variano da 450 euro a 650, meno del reddito di cittadinanza. “Come si vive? Si fanno sacrifici, si utilizzano i soldi messi da parte in anni di lavoro, ma non è dignitoso – dice Usai, che è anche segretario – ogni giorno incontriamo ex lavoratori in preda alla disperazione perché l’incertezza economica si trascina dietro anche le incomprensioni familiari e i rapporti finiscono per rompersi: le separazioni, a causa della crisi del nostro territorio, sono aumentate moltissimo. È un dramma economico e sociale e servono azioni concrete per ridare speranza: bisogna risolvere la questione energetica, che tiene appese le fabbriche, e puntare sulle nuove iniziative. Servono pannelli solari? Perché non iniziamo a produrli noi?”. Lo stabilimento, che nell’autunno del 2012 ha spento le celle elettrolitiche da cui uscivano oltre 150mila tonnellate di alluminio primario, è stato rilevato nel 2018 dalla italo svizzera Sider Alloys, ma la ripartenza è rallentata da intoppi burocratico-amministrativi che hanno finora impedito il reintegro di tutte le maestranze: al momento sono soltanto 150 i lavoratori impegnati in lavori propedeutici al riavvio. Solo nei giorni scorsi la Regione ha espresso giudizio positivo sulla compatibilità ambientale del progetto, che prevede un investimento di quasi 200 milioni di euro.

EURALLUMINA – Nella zona sud occidentale dell’isola che vede in agonia il comparto industriale anche a causa del caro energia (è di pochi giorni fa la fermata della linea zinco della Portovesme srl, del gruppo Glencore, con l’avvio della cassa integrazione a rotazione per 410 maestranze dell’impianto più energivoro) si incontra anche chi, a pochi mesi dal matrimonio e dall’accensione di un mutuo, ha visto lo stop della sua fabbrica di allumina (Eurallumina) e si accinge a trascorrere un altro Natale da cassintegrato che ha davanti un futuro ancora incerto. “Era il 2008 quando, quattro anni dopo il contratto a tempo indeterminato, ho deciso di progettare il mio futuro e ho acceso un mutuo per acquistare la casa, dove vivo con mia moglie – racconta Simone Zucca, 45 anni, impegnato anche nel sindacato con la Femca Cisl – ma l’anno successivo la fabbrica si è fermata. È stata una vera mazzata perché quella rata da 3mila euro ogni 6 mesi era programmata avendo la garanzia dello stipendio pieno, con tredicesima e quattordicesima. Mi ritengo fortunato perché mia moglie lavora e entrambi abbiamo genitori che ci sostengono. Il futuro della nostra terra, però, non può più essere retto dalle pensioni dei nostri genitori e nonni”.

L’EX CALZIFICIO – Nella Sardegna centrale c’è chi, come Katy Contini, dopo 17 anni di lavoro nell’ex calzificio “Queen” che a Macomer produceva per i marchi più prestigiosi, compresi quelli del settore medicale, si è ritrovata alla porta: “Eravamo 500 lavoratori diretti, in gran parte donne, manodopera qualificatissima, ma il sogno è finito nel 2013: forse investimenti sbagliati, la bancarotta e le conseguenti vicende giudiziarie. Sta di fatto che siamo rimasti con un pugno di mosche in mano”. Da allora Katy, 48 anni, sposata e madre di un figlio quattordicenne, ha rafforzato il suo impegno sindacale, con la Femca di cui è segretaria territoriale. “Continuo a fare corsi, ad aggiornarmi perché mio marito ha uno stipendio, ma soffro nel vedere un territorio con tante potenzialità mortificato dall’assenza di attenzioni. Qui abbiamo anche tutta la piana di Ottana, un tempo a vocazione industriale e ora mortificata. Certo, c’è il settore agro pastorale, si affacciano nuove iniziative, ma a differenza di altri territori non siamo inseriti neppure nell’area di crisi complessa: io non sono una che ama gli ammortizzatori sociali, che distribuiti senza dare l’opportunità di lavorare non danno dignità alle persone, ma quando non ci sono alternative salvano la vita”.

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