Un significativo indizio della lontananza di certe istituzioni, in questo caso europee, dai sentimenti e bisogni della gente comune è stato recentemente rappresentato dalla presa di posizione “linguistica” della Commissaria europea all’uguaglianza, che fra le altre cose raccomandava di non usare nel linguaggio burocratico la parola “Natale”, forse allo scopo di non urtare la suscettibilità dei sempre più numerosi cittadini dell’Unione non di fede cristiana. Pare poi che fortunatamente la signora Helena Dalli abbia capito l’inopportunità di tale sua esternazione e che abbia ritirato le linee guida che contenevano fra l’altro tale invito.

Bene, occorre augurarsi al tempo stesso che il prezioso e ben retribuito lavoro della Commissaria e dei funzionari che a lei fanno capo sia dedicato in modo più mirato e costruttivo a raggiungere effettivamente il suo obiettivo istituzionale, in un contesto che vede, in Europa e nel mondo, la drammatica esasperazione delle diseguaglianze di ogni genere sotto la spinta della globalizzazione capitalistica, che non trova certo nelle attuali politiche europee un argine significativo.

Fatti e non parole, è proprio il caso di dire. Ma, per limitarci alle parole, occorre al tempo stesso ribadire con forza che il Natale, festività religiosa cristiana con radici antiche che possono essere fatte risalire a ben prima dell’inizio della nostra era, costituisce oggi nel mondo per molti versi un patrimonio comune. E tanto più costituisce un patrimonio di questo genere nel nostro Occidente europeo, dove non mancano leader che, evidentemente in assenza di argomenti più convincenti, cercano in ogni modo di strumentalizzare le credenze religiose e il background culturale condiviso di gran parte della popolazione, indossando madonne, rosari e crocifissi come fossero amuleti per cacciare la iella, emblemi di parte o magliette di squadre di calcio.

Un’altra orrenda deturpazione del Natale è poi rappresentata dalla tendenza a farne un momento di estremo consumismo, oggi rallentata dalla pandemia, ma che andrebbe fortemente contrastata in nome fra l’altro della necessità di salvaguardare il pianeta messo a repentaglio dalle dinamiche di spreco delle risorse e dell’energia insite nell’economia capitalista, che pur di accumulare profitti non esita a far ricorso all’obsolescenza programmata e agli acquisti di generi inutili e superflui.

Il Natale deve essere invece considerato un momento importante per riscoprire e realizzare determinati valori di fondo, propri della religione cristiana, a partire dal suo insegnamento evangelico, ma condivisi anche da molte altre forme pensiero di umano, religioso o meno. Si tratta dei valori di fraternità, solidarietà e uguaglianza. Valori che confliggono oggettivamente colla nostra società, tuttora informata, nonostante i fallimenti che registra ogni giorno proprio per tale motivo, ai principi antitetici dello sfruttamento degli esseri umani e della natura, dell’individualismo e della competizione fra le persone che ha come sbocco ultimo la guerra, quella di tutti contro tutti e quella degli Stati fra di loro.

Numerose sono le iniziative e le prese di posizione che vanno nella giusta direzione e che costituiscono, non solo in questo momento particolare ma sempre, autentici serbatoi di risorse culturali e ideologiche per fronteggiare il difficile periodo che stiamo vivendo a livello globale. Qui ne ricordo alcune.

In primo luogo l’appello del Movimento internazionale transculturale e interprofessonale Uniti per Unire e del suo presidente, il medico di origine palestinese Foad Aodi, a festeggiare il Natale tutti insieme, in evidente polemica colle sciagurate linee guida europee menzionate. Quello di Papa Francesco a devolvere all’istruzione i soldi oggi spesi per la guerra, di cui beneficiano solo le industrie di armamenti, un appello che ricorda quello del presidente patriota Sandro Pertini a svuotare gli arsenali e riempire i granai. La decisione degli operai della Gkn, la cui proposta contro le delocalizzazione è stata vergognosamente bocciata dal Parlamento, come pure di tante altre fabbriche e aziende, a passare nel loro stabilimento il Natale in difesa del posto di lavoro.

Si parla tanto in questi giorni dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica italiana, prospettando soluzioni tutte insoddisfacenti (anche se, detto fra di noi, Draghi sta sempre un paio di spanne sopra il pregiudicato Berlusconi e vari altri improponibili personaggi di cui si parla, da Casini a Casellati). Bisognerebbe invece parlare molto di più della società italiana e dei suoi problemi, aggravati dal Covid e dal dilagare delle disuguaglianze, della precarietà, del degrado culturale e ambientale. Al fine di prospettare soluzioni basate sui menzionati valori condivisi, perché solo una società egualitaria, sobria e solidale ha chances di effettiva sopravvivenza nell’attuale complesso contesto planetario.

Speriamo che le dure lezioni che la storia e la natura ci stanno impartendo, dal Covid al cambiamento climatico, servano a qualcosa, anche a far cambiare mentalità a politici in genere scarsamente attenti, poco informati e per nulla lungimiranti.

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