“Lasciatelo cantare, questo italiano vero“, “Mentre l’Europa barcolla, Mario Draghi non molla”, “Non svegliateci dal sogno, non lasciate finire l’anno del Dragone“. Nello sbrodolante speech del Gr1 del 17 dicembre – con sottofondo musicale di Toto Cutugno – è racchiusa l’italianissima eccitazione di fronte alla notizia che l’Economist, la prestigiosa rivista di proprietà della famiglia Agnelli, ci abbia nominato “Country of the year“. Per merito ovviamente suo, del premier “rispettato a livello internazionale” che il settimanale teme venga “rimpiazzato da un primo ministro meno competente”. Un assist perfetto agli editoralisti nostrani, che per un giorno hanno potuto “esterovestire” le sistematiche lodi all’ex banchiere (per di più in concomitanza con lo sciopero generale convocato da Cgil e Uil). Ma è da scommettere che in pochi abbiano letto davvero il pezzo di cui scrivono: perché prima che si arrivi a parlare dell’Italia, ai lettori viene spiegato il senso del premio. Che – si legge – “non va al Paese più grande, al più ricco o al più felice, ma a quello che a nostro parere è migliorato di più” nel corso dell’anno. Qualche esempio? “Tra i vincitori passati c’è l’Uzbekistan (per aver abolito la schiavitù), la Colombia (per la pace tra il governo e le forze rivoluzionarie), la Tunisia (per aver raggiunto la democrazia)”. Insomma, con tutto il rispetto, più che una benedizione del gotha della finanza quello dell’Economist sembra un incoraggiamento a un Paese in via di sviluppo.

A rafforzare questa impressione c’è l’elenco dei nostri competitor, gli Stati che il prestigioso settimanale ha considerato in lizza con l’Italia per il “Country of the year 2021”. Eccoli: “Le piccole isole Samoa, dove i tribunali hanno disinnescato una crisi costituzionale, spodestando un primo ministro che diceva di essere stato scelto da Dio e mettendo al suo posto una riformista”. La Moldavia, “uno dei Paesi più poveri d’Europa, che è stata a lungo meta di riciclaggio per il denaro russo ma alla fine del 2020 ha eletto presidente Maia Sandu, impegnata contro la corruzione”. Lo Zambia, che ha “reclamato la propria democrazia” contro il tentativo dei governanti di truccare le elezioni, votando in massa per il business liberale Hakainde Hichilema. La Lituania, che “ha sfidato il governo di Pechino consentendo a Taiwan di aprire un ufficio di rappresentanza a Vilnius”. E non va meglio nemmeno andando a spulciare il palmares del premio: dal 2013 al 2019 l’hanno vinto, nell’ordine, l’Uruguay, la Tunisia, il Myanmar, la Colombia, la Francia, l’Armenia e l’Uzbekistan. Basti pensare – anche se sembra uno scherzo – che il Paese a cui abbiamo strappato l’ambito scettro è nientedimeno che il Malawi, premiato nel 2020 per aver ottenuto con proteste di massa la riconvocazione di elezioni truccate. “Il Malawi è sempre povero, ma il suo popolo è fatto di cittadini, non di sudditi”, è stato l’elogio dell’Economist. Mentre per l’Italia la chiusa è stata un più sobrio “Auguroni!”.

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