Nel disegno di legge di bilancio c’è un articolo che rinnova – per il decimo anno consecutivo – gli incentivi a caldaie a biomasse (legna o pellet), considerate inquinanti per l’alta produzione di polveri sottili Pm10 e per questo non ammesse tra gli investimenti di riqualificazione del superbonus 110%, nelle aree sottoposte a procedura di infrazione per la qualità dell’aria e in quelle già “metanizzate”, ovvero allacciate alla rete del gas. L’articolo 9 del Dl bilancio proroga fino al 31 dicembre 2024 il termine entro cui possono essere sostenute “le spese per l’acquisto e la posa in opera di impianti di climatizzazione invernali alimentati a biomasse combustibili”: si tratta di detrazioni del 50% fino ad un valore massimo di 30mila euro, il cui costo per i contribuenti era stato stimato nella relazione tecnica qualche anno fa in 45,8 milioni di euro. Ulteriore sostegno alle caldaie a biomasse legnose emerge nell’emendamento presentato dal M5S all’articolo 9 del disegno di legge, in cui si chiede vengano soppresse le limitazioni al superbonus, per poterlo garantire su tutto il territorio nazionale, a prescindere dal livello di inquinamento e dalla metanizzazione.

Pianura Padana, “camera a gas” d’Italia: le caldaie a biomasse hanno mantenuto alto l’inquinamento anche durante le chiusure per Covid-19
La Corte di Giustizia europea nel 2020 ha condannato l’Italia per aver superato il valore limite delle concentrazioni di particelle inquinanti (Pm10) e non aver adottato misure adeguate in tempo utile. Secondo l’Enea, nel nostro Paese più del 90% del Pm10 generato dal settore riscaldamento domestico deriva proprio dai piccoli apparecchi a legna come caminetti e stufe. Uno studio del progetto Life Prepair (Po Regions Engaged Policies of Air) pubblicato nel 2020, mostra che le famiglie che fanno uso domestico di biomassa nel Bacino Padano sono circa il 22% del totale, con valori che vanno da un minimo del 14% in Lombardia, fino ad un massimo del 45% nella Provincia Autonoma di Trento. Legna da ardere e pellet sono i principali biocombustibili utilizzati con consumi stimati rispettivamente in 5,3 e 1 milione di tonnellate all’anno. Un rapporto di Life Prepair presentato a febbraio e finalizzato a osservare gli effetti del confinamento anti Covid-19 sull’inquinamento, ha evidenziato come nel periodo della pandemia sia aumentato il particolato (Pm10) da biomassa legnosa, che ha così compensato la riduzione delle emissioni da traffico dovuta ai blocchi alla mobilità. I dati sono citati in un recente dossier di Greenpeace ha definito la Pianura Padana “camera a gas” d’Italia proprio per il massiccio utilizzo di impianti a biomasse.

Primi al mondo per riscaldamento a pellet, combustibile “verde” che distrugge le foreste”
Le detrazioni fiscali prorogate per anni insieme agli incentivi del “conto termico”, hanno portato il nostro Paese a essere il primo al mondo per consumo di pellet per uso domestico, con 3,5 milioni di tonnellate usate ogni anno, delle quali il 90% è importato, con conseguente inquinamento derivante dal trasporto. Si tratta di un combustibile pubblicizzato come “verde” in quanto può essere costituito – anche – di residui di lavorazioni industriali diventando così, in parte, un prodotto di “economia circolare”. Tuttavia, come ha recentemente evidenziato Greenpeace, la crescita esponenziale della produzione di pellet è sempre più legata a fenomeni di deforestazione, anche in Europa. Secondo le stime di Bioenergy Europe – la lobby europea delle biomasse usate per fini energetici – circa il 74 % del pellet è costituito da residui di altre lavorazioni. Ne consegue che il restante 26% è prodotto utilizzando tronchi vergini tagliati apposta per produrre combustibile legnoso. Quantificare la percentuale di pellet prodotto utilizzando effettivamente residui di altre lavorazioni è particolarmente difficile in Italia, dove – come ha stimato il professor Davide Pettenella, docente del dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali dell’università Padova – il 60% della biomassa legnosa bruciata per fini energetici, ha origini incerte. Nonostante le criticità evidenziate da Greenpeace e altre organizzazioni ambientaliste come i Gufi (Gruppo Unitario Foreste Italiane) “le bioenergie impiegate nella produzione termica, utilizzate soprattutto nel settore residenziale in forma di legna da ardere e pellet sono la principale fonte energetica rinnovabile impiegata nel nostro Paese”, come sottolinea il “libro bianco sul futuro dell’energia a legna e pellet” pubblicato da Aiel (Associazione Italiana Energie Agro Forestali) che rappresenta la filiera, dai produttori di stufe e caldaie a quelli del pellet.

Questo articolo fa parte dell’inchiesta transnazionale “Subsidizing Deforestation” finanziata dal programma Investigative journalism for Europe (IJ4EU)

Sostieni ilfattoquotidiano.it ABBIAMO BISOGNO
DEL TUO AIUTO.

Per noi gli unici padroni sono i lettori.
Ma chi ci segue deve contribuire, se vuole continuare ad avere un'informazione di qualità. Diventa anche tu Sostenitore. CLICCA QUI
Grazie Peter Gomez

Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Genova, ok del Comune al nobile (già latitante) per costruire diecimila mq in zona agricola. I residenti in lotta contro la cementificazione

next