C’è un nuovo ministero per l’economia e il clima: sarà affidato al co-leader dei Verdi, Robert Habeck, che diverrà anche vicecancelliere. I suoi colleghi di partito Steffi Lemke e Cem Özdemir ottengono rispettivamente i dicasteri di Ambiente e Alimentazione e agricoltura. L’altra leader Annalena Baerbock va agli Esteri, da cui intende comunque fare politica ambientale, avvalendosi dei principi di collaborazione internazionale ai quali la COP 26 di Glasgow ha aperto la strada. Tra le novità del nuovo governo “semaforo” che si appresta a guidare la Germania c’è la spinta ecologista che arriva dai Verdi: ogni nuova legge dovrà sottostare a un esame degli effetti sull’ambiente, motivando espressamente la compatibilità con i traguardi climatici nazionali. E già l’anno prossimo ci dovrà essere un programma di interventi anche a tutela della biodiversità.

Ci sono gli obiettivi, manca il come – Nel contratto di governo, tuttavia, i traguardi ecologisti restano sostanzialmente quelli della legge di tutela ambientale già votata dalla Groβe Koalition, su cui era intervenuta anche la Corte costituzionale: diminuzione al 65% delle emissioni di CO2 entro il 2030 e neutralità climatica entro il 2045. Su 177 pagine si parla però 198 volte di clima e si indicano una serie di azioni concrete con cui spianare la strada per il mantenimento del surriscaldamento entro 1,5 gradi. Mancano però indicazioni chiare sul come si vogliano finanziare, se non che si mira a mobilitare anche capitale privato. Un ruolo centrale potrebbe averlo quale agenzia per l’innovazione il Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW), ma gli investimenti dovrebbero avere dei ritorni per l’ente pubblico. La coalizione semaforo ha annunciato che intende presentare un bilancio complementare per quest’anno, per far sì che i crediti maturati non riscossi confluiscano in un fondo per il clima e innovazioni. Il Bundesrechnungshof (la Corte dei Conti tedesca) intravvede inoltre problemi di incostituzionalità nella creazione di riserve di miliardi per investimenti futuri. Molto dovrà quindi ancora essere discusso e si annidano dei conflitti anche tra le diverse anime della stessa coalizione.

Il mega-piano sulle rinnovabili – Il contratto di Governo considera un consumo energetico nazionale realistico per il prossimo decennio tra i 680 ed i 750 terawattora – attualmente sono circa 500 – e fissa come obiettivo che le fonti rinnovabili ne coprano l’80%. La GroKo prevedeva finora il 65%, ma a tutt’oggi è solo il 45% circa. Questo impone più del doppio di nuovi impianti eolici e fotovoltaici. Le turbine in alto mare dovranno essere quadruplicate e raggiungere i 30 gigawatt, mentre la GroKo ne aveva per ora previsto la fattibilità solo fino a 20. Per le centrali a terra non si fanno numeri ma i Länder dovranno riservarvi il 2% della loro superficie. Per riuscirci sarà tuttavia necessario accorciare enormemente i tempi per le autorizzazioni che oggi mediamente richiedono 6 anni. Si dovrà anche intervenire in modo chiaro sulle distanze minime e una grossa incognita è rappresentante dalle rivolte popolari. D’altronde, il contratto di coalizione pur indicando che l’espansione dell’eolico deve avere priorità, dice anche che debba avvenire “contemperando altri interessi come la tutela ambientale”.

Il gas resta come “soluzione di transizione” – Parallelamente si vuole più che quadruplicare fino a 200 Gigawatt la percentuale di fotovoltaico, per questo i pannelli solari saranno obbligatori sui tetti degli stabilimenti aziendali di nuova edificazione. Per le nuove abitazione si dice però solo che deve “diventare la regola”. Una formulazione suscettibile di interpretazioni, che insieme alla mancanza di procedure di autorizzazione chiare non assicura i livelli programmati. Anzi è esplicitamente prevista come soluzione di transizione la costruzione di nuove centrali elettriche a gas, quand’anche solo trasformabili a idrogeno verde, cioè non ricavato da combustibili fossili. Organizzazioni ambientaliste e gli stessi Verdi tedeschi al parlamento europeo stanno invece segnalando con veemenza il pericolo che l’Ue dichiari l’energia nucleare per volere della Francia e il gas per le spinte dei Paesi dell’Est europeo come ecosostenibili e idonei ad essere sovvenzionati. Se avverrà, dopo mancheranno fondi per sviluppare eolico, fotovoltaico o geotermico. Oltre a queste fonti, per il governo semaforo l’idrogeno dovrà avere priorità ovunque non si possa impiegare l’elettricità ed il suo uso potrà essere esteso in tutti gli ambiti.

Lo stop al carbone nel 2030, ma sulla carta – L’uscita dal carbone dovrà avvenire nel 2030, già 8 anni prima del previsto, ma solo “idealmente”. La coalizione si è lasciata aperta una porta d’emergenza: se l’approvvigionamento energetico non dovesse essere garantito, alcuni impianti potrebbero restare aperti più a lungo, anche se solo per fasi. Una strada per accelerare l’uscita dal carbone è individuata nello scambio in ambito europeo del costo per l’industria dei diritti di emettere CO2: la coalizione vuole imporre un prezzo minimo non inferiore a 60 euro per tonnellata, in caso di insuccesso intende fissarlo in ambito nazionale. Con una soglia simile però non ci sarebbe reale convenienza per staccare gli impianti a carbone dalla rete, già ora è poco sotto i 70 euro. Solo se i prezzi saliranno si anticiperà la fine del carbone, pronostica Werner Eckert per la SWR. D’altronde il governo semaforo non ha voluto neppure alzare la pressione sui consumatori: anche se in campagna elettorale sia Verdi che Liberali avevano puntato su prezzi più alti per le emissioni di CO2, accise su benzina, diesel, gas e gasolio restano nell’alveo di quanto stabilito dalla GroKo. Il prezzo dell’energia è già alto e dal 2023 verrà meno in bolletta il sovraprezzo per favorire le energie alternative (EEG) e non sarà introdotta una nuova tassa sul clima, mentre è previsto un finanziamento per le spese di riscaldamento domestico alle famiglie con redditi bassi.

Pochi vincoli sui trasporti – Ai Verdi non è riuscito ottenere il ministero dei Trasporti nel quale avrebbero potuto essere incisivi, ma ritengono comunque adeguati i vincoli concordati, anche se la Fdp ha escluso il limite di velocità sulle autostrade. Entro il 2030 15 milioni di autovetture, un terzo del parco auto circolante, dovrà essere completamente elettrico – finora si puntava a raggiungerne da 7 a 10 milioni – e dovranno salire ad almeno un milione le stazioni di ricarica. Allo stesso tempo però auto con motore a combustione non dovranno più essere immatricolate solo dal 2035. Rimangono però ok se alimentate con carburanti sintetici. Il contratto traspone in formulazioni non vincolanti, chiaro frutto del compromesso, che il futuro governo si dovrà impegnare a Bruxelles per “ambiziose e praticabili” motorizzazioni Euro7. Il segretario generale dell’organizzazione ecologista Deutsche Umwelthilfe, Jürgen Retsch, ha commentato deluso alla ARD: “È incredibile che venga portata avanti senza soluzione di continuità la politica della Csu favorevole alla lobby dell’auto”. Non ci sono misure che abbattano significativamente le emissioni di CO2 nei prossimi 4 anni.

Le critiche delle associazioni – Peraltro, il contratto prevede anche una più ampia elettrificazione e sviluppo delle ferrovie. Entro il 2030 dovranno viaggiare su rotaia un quarto delle merci in più e il doppio di passeggeri. Non è previsto però uno stop alla costruzione della rete autostradale. Mancano parallelamente del tutto provvedimenti sul traffico aereo. Critiche accese vengono perciò dalle associazioni ecologiste. Il movimento Friday for future dichiara: “I tre partiti hanno deciso coscientemente una ulteriore escalation della crisi climatica”. Per gli attivisti è uno scandalo che non venga aumentato il prezzo della CO2 e che non si fissi il 2035 come anno per le emissioni zero. Anche Greenpeace dichiara che una partenza ecologica si lascia solo intuire, il contratto di governo non concede gli strumenti necessari per condurla a termine ed è una delusione la mancata svolta nei trasporti. L’associazione naturalista BUND trova invece che si individuino progressi rispetto al Governo Merkel, ma il presidente Olaf Bandt dubita “che gli accordi trovati siano sufficienti”. Per contro certifica ai futuri governanti di avere presentato un approccio ambizioso per la modifica dell’allevamento e nello spirito del futuro dell’agricoltura. Del tutto contrario invece il giudizio di Foodwatch: il contratto “non è idoneo a raggiungere un sistema agrario europeo favorevole ad animali e clima”. Il WWF riconosce invece che è un “fondamento solido verso un futuro sostenibile”, esprime la “chiara volontà di affrontare le due grosse crisi climatica e della decimazione di biodiversità”. Christoph Heinrich, consigliere per la tutela della natura dell’organizzazione, twitta: “Dentro c’è del buono, osare fin da oggi la messa in pratica”. Pure la Confederazione per le Energie rinnovabili è soddisfatta delle indicazioni di allargamento del parco solare-eolico e dell’annuncio di sburocratizzazione per le concessioni. L’Alleanza per il clima, che dà voce a 140 organizzazioni ambientaliste, critica tuttavia sia la costruzione di nuove centrali elettriche a gas che le ancora vaghe promesse di cancellazione di sovvenzioni a fonti dannose all’ambiente (l’Umweltbundesamt in uno studio di ottobre le computa in oltre 65 miliardi nel 2018, tra esse 8 miliardi solo di esoneri fiscali sul carburante per gli aerei).

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