E’ considerato l’affare del secolo, un grande successo per far ripartire l’Italia, l’arrivo di quei 220 miliardi di euro (dieci volte una finanziaria) di cui 150 a prestito con interessi e 70 a fondo perduto. Mai si era visto un aiuto così consistente dai tempi post bellici da oltreoceano. Questa volta, però, arriva dai nostri partner europei, anzi dai cittadini europei.

Una delle condizioni per la quale Bruxelles ha concesso, sulla fiducia, tale ingente contributo era, ed è, l’efficienza nella gestione. E qui casca l’asino, poiché gran parte di queste risorse per opere pubbliche saranno gestite dal Ministero Infrastrutture – ex Mit, ora Ministero Infrastrutture e della Mobilità Sostenibile – che si trova però spesso in crisi, attraverso i suoi organi periferici, anche per interventi di modesta entità.

Dalle prime richieste di ristrutturazioni, di rifunzionalizzazione di edifici, per lo più storici e sedi decentrate di altri Ministeri, passano non meno di cinque anni: dal bando di progettazione per importi sotto soglia, anche quando non necessario, come già previsto dal D.Lgs 50/2016 e in ultimo dal Decreto semplificazioni, alla scelta del progettista e al contratto passa mediamente un anno; poi le varie fasi di progettazione e relative approvazioni, Asl, Soprintendenza etc, un altro anno.

La gara d’appalto per scegliere l’impresa e il relativo contratto comportano un ulteriore anno di attesa e quindi i lavori, chissà perché, non seguono mai il cronoprogramma e i tempi stabiliti dal capitolato, quando viceversa – lo dico per mia esperienza diretta – è quasi sempre tecnicamente e umanamente possibile.

Lo stesso Ministero iper garantista per piccoli importi, più della normativa, quando si è trattato del Ponte San Giorgio ha attuato invece la più completa deregulation con l’alibi dell’opera essenziale e strategica, non considerando che anche altre opere non sono da meno – basti pensare a Caserme dei Carabinieri, Tribunali, Scuole, Ospedali, tra l’altro spesso insediati in edifici storici.

Il problema dell’inefficienza è anche dovuta al fatto che il Ministero agisce attraverso i Provveditorati alle opere pubbliche, vittime delle varie riforme, che non hanno fatto altro che aggravare la situazione, trovandosi a gestire con gli accorpamenti in due o tre Regioni una miriade di gare e garette.

Solo un non addetto ai lavori può pensare che le gare non siano a rischio corruzione, tanto che il Presidente dell’Autorità Antitrust Roberto Rustichelli ha sottolineato come “il Codice dei contratti pubblici, che pure è stato modificato numerosissime volte, non solo non è stato in grado di contribuire a ridurre gli illeciti, ma rischia, altresì, con le sue farraginosità e complicazioni, di ostacolare il conseguimento degli ambiziosi obiettivi assegnati al nostro Paese”. Per questo l’Autorità ha richiamato con forza la necessità di semplificare la normativa vigente in un settore che rappresenta l’11% del Pil nazionale.

E continua Rustichelli: “Se si considera che oggi il 74% dei procedimenti in materia di corruzione riguarda il settore degli appalti pubblici, in particolar modo le procedure di gara (82%), piuttosto che gli affidamenti diretti (18%), una riflessione urgente si impone”.

Per ovviare alla gestione di questa valangata di fondi europei e accelerare l’iter autorizzativo delle opere pubbliche del Pnrr, è stato varato e reso operativo da fine ottobre il Comitato Speciale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, partendo dall’approvazione entro 15 giorni del Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica, che proprio novità non è, essendo già previsto nelle ultime modifiche del D.Lgs 2016.

Adesso si prospetta la figura di un Commissario, per controllare e gestire questa enormità di interventi: il nome che circola è rassicurante per competenza. Si resta in attesa di notizie, nell’auspicio che queste opere siano progettate e costruite finalmente nei tempi prestabiliti, con capacità professionali e tecniche, anche per salvaguardare l’Onore e la Bellezza del nostro territorio.

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