Tre panetti di tritolo confezionati con un nastro adesivo ma privi di innesco. Era quello che era stato trovato nell’ottobre del 2004 in un bagno del comune di Reggio Calabria quando era sindaco Giuseppe Scopelliti. A fare quel ritrovamento era stata la polizia dopo una segnalazione dei servizi segreti. Ma quell’esplosivo era stato piazzato al fine di “favorire il consenso politico del sindaco Scopelliti”. E’ quanto emerge dagli atti depositati dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo nel processo di appello “‘Ndrangheta stragista” con tre informative dei servizi segreti firmate da Marco Mancini.

Nell’informativa si parla di “una notizia confidenziale, di natura ‘fiduciaria’, che avrebbe attribuito a tale Schirinzi Giuseppe, estremista di destra, la paternità dell’intimidazione, al fine di favorire il consenso politico del sindaco Scopelliti, indicando anche l’esistenza di una regata velica denominata ‘la regata di Ulisse‘, organizzata dallo stesso Schirinzi e patrocinata dall’amministrazione comunale”.

Sempre nella nota depositata nel processo a Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, emerge come l’operazione del tritolo a Palazzo San Giorgio sarebbe stata portata a termine da un “gruppo di soggetti di Archi (quartiere di Reggio Calabria, ndr) collegati alla ‘ndrangheta, che ottenevano informazioni da soggetti corrotti dei servizi”. Stando a una relazione dell’artificiere Giovanni Sergi, citata nell’informativa, quel giorno a Palazzo San Giorgio “tutte le operazioni (di rimozione, ndr) erano seguite in prima persona dal questore Vincenzo Speranza”. Sul posto era presente anche personale dei Servizi segreti. “L’artificiere – è scritto nella nota – ha evidenziato che l’esplosivo, per conformazione, peso e misure, risultava identico a quello proveniente dalla nave ‘Laura C‘ (la nave con un ingente quantitativo di esplosivo nella stiva affondata nel 1941 al largo della costa reggina e diventata, prima di essere tombata, un deposito a disposizione della ‘ndrangheta, ndr). Secondo Sergi, inoltre, l’attentato di Palazzo San Giorgio del 6 ottobre 2004 non rientrerebbe nel consueto modus operandi della criminalità organizzata locale”.

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