Il messaggio è chiaro: i vaccini sono indispensabili e però, per il momento, non si può riaprire tutto come era prima della pandemia. Lo dice uno studio firmato, tra gli altri, del presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro, del direttore della Prevenzione della Salute Gianni Rezza e dell’epidemiologo matematico Stefano Merler della Fondazione Bruno Kessler, intitolato “Gli effetti della vaccinazione Covid-19 in Italia e le prospettive per ‘vivere con il virus’”.

È già revisionato e accettato da un’importante rivista scientifica che lo pubblicherà nelle prossime settimane e da ieri disponibile in preprint su medrxiv.org. Un modello matematico consente agli autori di stimare che le vaccinazioni dei primi sei mesi dell’anno, dal 27 dicembre 2020 al 30 giugno 2021, “hanno permesso la ripresa di circa metà dei contatti sociali registrati prima della pandemia; in assenza di vaccinazioni – scrivono – sarebbe stato possibile recuperarne solo circa un terzo per ottenere lo stesso numero di contagi, con il costo addizionale di circa 12.100 morti in più”. Ovvero un aumento del 27 per cento della mortalità dovuto essenzialmente alla maggiore circolazione del virus tra le persone più in là con gli anni, in quell’ipotesi non vaccinate. Quei sei mesi sono iniziati quando era quasi tutto chiuso, il Natale in zona rossa che difficilmente dimenticheremo, per concludersi a giugno con quasi tutto riaperto, ma gli stadi ad esempio no.

Lo studio ricorda che “nell’Unione europea, nonostante l’ampio rilassamento delle misure restrittive di distanziamento sociale concesso dai governi nell’estate 2021, il picco di mortalità non ha mai superato 1,5 decessi per milione (alla settimana, Ndr) da quando Delta è divenuta dominante in luglio, in confronto a valori oltre tre volte superiori da novembre 2020 ad aprile 2021”.

Secondo gli autori dell’articolo “la diffusione globale dell’altamente trasmissibile variante Delta ha probabilmente soppresso le residue possibilità di eliminare Sars-Cov-2 attraverso la sola immunità di gregge”. Tuttavia essi calcolano che nel nostro Paese “l’effetto negativo della diffusione della variante Delta lo scorso luglio è stato stato interamente compensato dalle vaccinazioni nei mesi di luglio e agosto 2021”. Scrivono infatti che “se la variante Alfa fosse rimasta dominante fino a settembre 2021, la nostra stima è che la prosecuzione della campagna vaccinale avrebbe prodotto un declino dell’indice di riproduzione (Rt, Ndr) da 0,92 al 30 giugno a 0,61 al 7 settembre. Con Delta, al 50 per cento più trasmissibile, la stima del modello matematico è 0,91, “prossima al valore osservato di 0,83” alla stessa data del 7 settembre.

Oggi tutti hanno capito che il rischio Covid c’è ancora, le curve salgono, gli ospedali almeno in parte sono già costretti a ridurre attività ambulatoriali e chirurgiche non urgenti per fare posto ai pazienti colpiti da Sars Cov 2 e ormai sappiamo che i ritardi accumulati dal febbraio 2020 costeranno decine di migliaia di morti negli anni a venire per le malattie non diagnosticate, le visite saltate, gli interventi rinviati. Anzi si discute di possibili zone gialle, di eventuali modifiche in senso restrittivo del sistema green pass, delle feste di Natale forse non saranno del tutto libere come ci saremmo aspettati, anche sulla base di proclami di governanti e scienziati che attribuivano alle vaccinazioni risultati assai superiori a quelli, pur decisivi, che potevano avere e hanno avuto. I contenuti di questo studio sono noti dal 27 settembre scorso al Cts, che ha ascoltato Merler e poi ha verbalizzato: “Il Cts, unanimemente, concorda che la presentazione dei dati basati sui modelli sviluppati dal dott. Merler supportano pienamente la strategia di procedere a riaperture/riprese di attività seguendo principi di gradualità”. Due mesi dopo sono costretti a discutere di eventuali restrizioni del green pass, le uniche al momento possibili senza toccare le norme che prevedono, per arrivare alle chiusure previste per le zone arancioni, il 20 per cento delle terapie intensive e il 30 per cento dei reparti di area medica occupati da pazienti Covid. Cioè un altro disastro. E quanti morti? Nessuno si azzarda a dirlo, nemmeno gli autori dell’articolo.

Secondo lo studio “un completo ritorno alla vita pre-pandemia potrebbe essere ottenuto in sicurezza solo se oltre il 90 per cento della popolazione, inclusi i bambini sopra i 5 anni, sarà vaccinato con i vaccini a mRna sviluppati nel 2020”. L’agenzia europea del farmaco (Ema) deciderà dal 29 novembre sull’immunizzazione dei bambini tra i 5 e gli 11 anni, già esclusa da alcuni Paesi dell’Ue. “In ogni caso, l’aumento della copertura vaccinale permetterà ulteriori margini di riapertura anche in assenza di un vaccino pediatrico”. In sostanza, “a seconda delle misure che saranno mantenute o della copertura vaccinale acquisita, stimiamo che l’indice di riproduzione potrà assumere valori tra 0,7 (se i contatti non aumentano e la copertura si avvicina al 100 per cento) e 1,8 (se le attività sociali saranno pienamente riprese e le regole abbandonate senza aumenti copertura vaccinale)”, si legge nell’articolo. Rt in realtà è arrivato a 1,8 ma ad agosto, quando stavamo al mare e si contagiavano soprattutto i ragazzi; oggi fa più freddo, stiamo al chiuso e a 1,2 già balliamo nonostante i vaccini.

Gli autori dell’articolo hanno calcolato i contatti sociali in proporzione a quelli pre-pandemia, fatti pari a 100, lavorando sul tasso di riproduzione del virus Rt, la cui riduzione dipende in una certa misura dalle vaccinazioni – di cui si conosce l’efficacia – e per il resto appunto dalla diminuzione dei rapporti in presenza tra le persone, su cui pure esistono studi scientifici: se passa da 1,5 a 0,9 e quello 0,6 per metà si deve alle vaccinazioni, significa che l’altro 0,3 (uguale al 30 per cento) dipende dai minori contatti sociali. “Lo scenario di completa ripresa della vita sociale pre-pandemia – si legge nell’articolo – comporterebbe la rimozione di tutti i fattori che tuttora riducono i contatti di un singolo individuo rispetto a prima. Questi includono: le residue limitazioni governative (ad es: limiti di capacità negli stadi e nelle discoteche o nei ristoranti al chiuso, ecc); misure organizzative che riducono l’affollamento (ad es: limiti all’occupazione degli spazi nei luoghi di lavoro e lavoro da casa, distanza tra i banchi nelle scuole, prenotazione obbligatoria per le attività ricreative e culturali, regole su matrimoni e altri eventi); educazione al distanziamento sociale; scelte individuali con cui ciascuno riduce i rischi per sé”.

Insomma, ci siamo un po’ abituati ma non facciamo la vita di prima. Lo studio ricorda anche il certificato Covid in vigore nell’Ue e ben più rigido in Italia, ma anche “i sistemi di ventilazione e di filtraggio dell’aria sui trasporti pubblici, i separatori di plexiglas nei ristoranti o al bancone o negli uffici pubblici, le mascherine, i protocolli di tracciamento e isolamento”. E conclude: “Benché quantificare l’impatto di ciascuna misura sia estremamente difficile, è probabile che molte di esse siano mantenute a lungo senza una significativa influenza negativa sull’economia e sulla vita sociale. Quindi una completa ripresa dei contatti prepandemia nel senso considerato dal modello non è necessariamente un obiettivo chiave”. Ci piaccia o no, scrivono gli scienziati, dovremo ancora “vivere con il Covid”

Lo studio su MedRxiv

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