Pare sempre più evidente come uno degli obiettivi delle nostre classi dominanti sia eradicare la memoria storica, in modo tale da ottenere giovani generazioni sempre più tendenzialmente ignoranti, prive di senso critico e lobotomizzate, nella speranza di renderle così del tutto funzionali ad uno sviluppo capitalistico sempre più insensato e alieno da ogni logica che non sia quella dell’accumulazione senza fine e senza limiti di ricchezza – destinata, questa, a ristrette cerchie di nababbi e a poteri ad essi asserviti, sempre più autoreferenziali e irresponsabili.

Vanno in tale direzione scelte scellerate come quella di attribuire sempre minore importanza allo studio della storia nelle scuole di ogni ordine e grado (nonché la costante aggressione dei manganellatori mediatici del sistema a storici di valore come il professor Barbero), o anche la cancellazione da Internet di ogni traccia di determinate decisioni giudiziarie col pretesto di salvaguardare la reputazione degli imputati che in un modo o nell’altro dovessero risultare non punibili. Oppure, semplicemente, si preferisce non occuparsi di determinati problemi destinando gli spazi dell’informazione, sia pubblica che privata, a temi non suscettibili di porre determinati interrogativi, facendo luce su periodi o singoli episodi di importanza storica le cui conseguenze subiamo ancora oggi.

Così è per quanto riguarda il tema del fascismo – parola tuttora bandita dal vocabolario di molti politici, non solo di destra o centrodestra – col risultato del varo di obbrobriose risoluzioni politiche, come quella di qualche tempo fa del Parlamento europeo, che mettono sullo stesso piano, in modo del tutto contrario alla verità storica, fascismo e comunismo. Non tengono però conto del fatto che nell’esperienza storica del comunismo si sono registrati vari fenomeni anche fra di loro fortemente differenziati, nonché, più banalmente, del fatto che fu l’Armata Rossa sovietica a liberare il campo di sterminio di Auschwitz e buona parte dell’Europa occupata dai nazisti.

Così è anche per quanto riguarda altri episodi – di portata sicuramente più circoscritta, ma molto importanti e significativi: come ad esempio l’uccisione, mediante bomba telecomandata posta sul suo aereo, di Enrico Mattei, il grande dirigente e fondatore dell’Eni, figlio di un maresciallo dei Carabinieri, partigiano e militante democristiano, morto il 27 ottobre 1962. Mattei si era reso protagonista di un’importante politica di apertura alle istanze e agli interesse dei nuovi Paesi indipendenti, attribuendo loro anche quote molto più eque di utili, suscitando in tal modo la forte irritazione delle imprese petrolifere di altri paesi.

Molte illazioni sono state fatte sulla matrice di quell’attentato: qualcuno ha ipotizzato il coinvolgimento delle grandi imprese petrolifere statunitensi, le famigerate Sette Sorelle, altri invece hanno tirato in ballo i rivali di Mattei all’interno dell’Eni. Come per altri episodi chiave della nostra storia repubblicana, da Piazza Fontana a Ustica a molti altri, la magistratura non è stata in grado di fare luce sull’accaduto, il che ovviamente dà un’idea alquanto precisa della dimensione degli interessi che stavano dietro quell’attentato.

È certo altresì che dalla morte di Mattei ha preso il via una triste storia di asservimento della politica estera italiana – in particolare per quanto riguarda il settore di importanza strategica dell’approvvigionamento energetico – a diktat e interessi dell’Occidente (leggasi Stati Uniti) e che la politica portata avanti con coraggio ed intelligenza da Mattei, di rapporto diretto e dialogo senza intermediari con i Paesi che uscivano dalla colonizzazione, ha avuto in seguito solo timidi e parziali tentativi di imitazione. Tentativi peraltro anch’essi stroncati senza complimenti, da ultimo con l’aggressione della Nato alla Libia di Gheddafi, con la minaccia, formulata in quella relativamente recente occasione dai nostri “alleati” occidentali (Gran Bretagna, Francia e Usa) di bombardare proprio gli impianti dell’Eni – come ricorda Alberto Negri sul manifesto di venerdì 22 ottobre, annunciando un interessante documentario che la Rai dovrebbe trasmettere prossimamente intitolato “C’era una volta Gheddafi” (e che occorre augurarsi sia effettivamente trasmesso, a parziale smentita di quanto affermo all’inizio di questo post).

Sul piano dell’inquadramento geopolitico della vicenda possiamo quindi affermare senza alcun dubbio che l’uccisione di Mattei servì anzitutto a chiarire alla classe dirigente italiana dell’epoca che ogni velleità di sviluppo autonomo e ruolo indipendente del nostro Paese sullo scacchiere mediterraneo e internazionale avrebbe ricevuto la risposta più decisa e netta da parte degli “alleati”. Messaggio evidentemente andato a buon fine, come dimostrato dalla storia italiana dei successivi sessant’anni.

L’uccisione di Mattei tramite un attentato terroristico al suo aereo ha costituito insomma un passaggio chiave della storia italiana contemporanea. Ecco perché occorre rallegrarsi del fatto che un giornalista bravo e attento come Guido Piccoli abbia ricostruito l’oscura vicenda con una sua ottima fiction (eccone qui un brano molto interessante e significativo) tramessa dalla Radiotelevisione della Svizzera italiana e che ci auguriamo venga presto ripresa anche a quella che dovrebbe informare i diretti interessati, cioè noi cittadini italiani.

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