In collegamento da Doha, Qatar, dove ha fatto tappa nel suo viaggio diplomatico nei Paesi della regione dell’Afghanistan (domani 5 settembre sarà in Pakistan), Luigi Di Maio è intervenuto alla Festa del Fatto quotidiano, intervistato dal vicedirettore Salvatore Cannavò e da Fabrizio D’Esposito. Un dialogo a cavallo tra politica estera e politica interna, dove Di Maio ha difeso la politica estera italiana, escluso che si possa arrivare a un riconoscimento del governo talebano e battuto sul tasto del multilateralismo, come un’opportunità per aiutare sia il popolo afghano che, di riflesso, i popoli europei messi al rischio dalla minaccia del terrorismo. Parlando di politica italiana, Di Maio ha difeso la presenza del M5S nel governo Draghi e criticato le fibrillazioni provocate nella maggioranza dalla strategia di Matteo Salvini, che ha messo in discussione la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e lo strumento del green pass obbligatorio: “Salvini deve scegliere tra Draghi e Meloni”, ha sintetizzato Di Maio.

Afghanistan, multilateralismo, difesa comune europea
“In questo momento stiamo lavorando su tre fronti”, ha spiegato il Ministro. Il sostegno alla alla popolazione locale attraverso progetti di cooperazione, la lotta al terrorismo e il sostegno agli afghani, oltre 5000, evacuati da Kabul: “L’Italia investirà in aiuto umanitario, pretenderà che le agenzie delle Nazioni unite restino in Afghanistan. Questo non significa tutelare solo la popolazione afghana, ma anche la popolazione europea”.

Di Maio ha chiarito in che modo l’attuale situazione può rappresentare una minaccia terroristica: “Se dopo il ritiro occidentale l’Afghanistan diventerà uno Stato fallito, il rischio è che si addensino i confini i campi di addestramento delle cellule terroristiche”. Il ministro ha tracciato un paragone con il Sahel, dove la crisi delle istituzioni locali ha favorito il fiorire di movimenti e gruppi armati legati all’Isis.

Quanto al confronto con il nuovo ordine politico afghano, Di Maio ha chiarito che “non credo che assisteremo mai a un riconoscimento del governo talebano. In questo momento anche la Russia e la Cina frenano su questo punto”. Non si possono ignorare, infatti, ha continuato, i casi di violazione dei diritti umani da parte dei miliziani talebani, che sono sfociate anche in omicidi di dissidenti o limitazioni dei diritti delle donne.

E se sul ritiro Di Maio sostiene la lettura data dagli Usa (“nessun ritiro è traumatico, si poteva fare di più sul piano del rafforzamento delle istituzioni”), parlando del futuro il ministro ha più volte sottolineato che la stagione che si apre va nella direzione del multilateralismo e di soluzioni non militari, che chiudano la stagione dell’unilateralismo interventista americano inaugurato dopo l’11 settembre 2001. “Ora siamo all’anno zero – ha detto Di Maio – tutti parlano di un nuovo piano dell’Afghanistan che non contempli una presenza militare. L’Italia dà il meglio di sé in un contesto multilaterale”.

Di Maio si è anche espresso a favore della creazione di una difesa comune europea. Si dice convinto che “se l’Europa avesse avuto un meccanismo di difesa comune quando è cominciata la guerra in Afghanistan avrebbe avuto un peso specifico molto maggiore”. E ha difeso anche l’approccio italiano alle missioni militari, che coniuga la presenza dei soldati alla cooperazione internazionali: “L’Italia deve portare avanti il lavoro che sta facendo, perché abbiamo importante occasione per far vincere il multilateralismo”.

La politica italiana: Green pass, vaccini e alleanza con il Pd
Sollecitato sui temi della politica interna italiana, Di Maio ha ribadito che l’impegno del Movimento nel governo Draghi è vincolato all’applicazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e la contrasto della pandemia.

La posizione dei 5 Stelle, nel governo, su vaccini (ed eventuale obbligo), green pass e misure sanitarie, ricorda Di Maio, “è sempre stata affidata al confronto con gli esperti. Se gli esperti ci diranno che serve restringere ulteriormente i parametri green pass per non dover chiudere i luoghi pubblici allora noi lo faremo. Abbiamo sempre ascoltato la comunità scientifica. Non ne farei una questione di battaglia politica”.

E qui il riferimento è alla politica della Lega, che con le dichiarazioni di Matteo Salvini e il voto contro il green pass in Parlamento sembra aver messo in secondo piano l’impegno di maggioranza per favorire lo scontro con Fratelli d’Italia ed evitare di perdere consenso tra gli elettori di centrodestra. “Salvini deve decidere se inseguire la Meloni o il bene del Paese”, ha sintetizzato Di Maio.

Quanto al rapporto con il Pd, il ministro ha affermato che “il solco ormai è stato tracciato. Quando abbiamo visto un Pd più sensibile ai nostri temi, che non era più il Pd di Renzi, ma quello di Zingaretti e Letta, allora abbiamo avviato la politica delle alleanze locali, che si è rivelata vincente”. Un endorsement al progetto di alleanza giallorosa che è tra le priorità della leadership di Giuseppe Conte.

Quando gli si chiede se il Movimento sia cambiato, Di Maio risponde che a cambiare sono stati, in qualche modo, gli elettori: “Io noto che dopo la pandemia è cambiata la domanda politica dei cittadini. Prima ci si poteva permettere il lusso dello scontro tra forze politiche, ora vedo elettori molto più concreti, che chiedono alle loro forze politiche di essere più responsabili. Non nel senso di essere moderate, ma nel prendersi l’impegno di raggiungere gli obiettivi che si danno per migliorare il Paese”.

Un’ultima battuta sulla “richiesta di chiarimenti” al ministro Cingolani: “Fortunatamente non ho notizie di alcun progetto sul nucleare presentato nel governo. Altrimenti lo bloccherei”, dice Di Maio.

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