Mentre i vigili del fuoco sono ancora al lavoro per mettere in sicurezza quanto rimane del grattacielo di via Antonini, che domenica a Milano è andato a fuoco in meno di 30 minuti, tutte le ipotesi su come sia stata possibile una propagazione delle fiamme così rapida sono ancora al vaglio degli inquirenti. Il procuratore Tiziana Siciliano, a capo del dipartimento che si occupa si reati ambientali e lavoro, ha aperto un fascicolo per disastro colposo, al momento contro ignoti, e l’attenzione è tutta sui pannelli di rivestimento dell’edificio “bruciati come cartone” e sul sistema antincendio, che secondo alcuni inquilini del palazzo alto 60 metri non era funzionante tra il quinto e il decimo piano. Tanto che i registri delle attività di manutenzione e revisione sul grattacielo, sono stati rintracciati dai vigili del fuoco e acquisiti nell’inchiesta. Il dito è puntato sulle falle nella sicurezza dell’edificio, tra cui, appunto, anche il materiale usato nei pannelli di rivestimento con un pannello composito di alluminio e un nucleo centrale di polietilene, lo stesso, a detta dei pm, usato anche per la Grenfell Tower londinese andata a fuoco nel 2017 provocando 72 morti.

Intanto si cerca anche di capire da dove sia nato l’incendio. Inizialmente tutte le ipotesi si sono concentrate su un cortocircuito partito da un condizionatore, una batteria lasciata in carica e surriscaldata o una lampada, probabilmente scaturito dall’appartamento al quindicesimo piano, come si vede in un primissimo video amatoriale circolato nelle scorse ore. Ma le dichiarazioni del custode sembrano apparentemente cozzare con quest’ipotesi: l’uomo, sentito dagli investigatori, ha dichiarato che l’elettricità all’interno dell’appartamento “era stata staccata”, verosimilmente dal proprietario prima di partire per le vacanze. Da chiarire, quindi, se il fuoco sia scaturito realmente da quell’interno e, nel caso, per quali cause. Resta comunque possibile che il proprietario, staccando la luce dal contatore abbia escluso alcuni elettrodomestici dal blocco, come il frigorifero.

E per gli inquilini, che oggi si sono riuniti in un’assemblea straordinaria per “formulare un piano d’azione che vada al di là della fase emergenziale”, secondo Repubblica aleggia anche l’ipotesi di non poter più ritornare nel palazzo: pompieri e dei volontari della protezione civile che lo hanno ispezionato pensano che sia quasi impossibile salvare qualcosa e quindi, con ogni probabilità, il grattacielo potrebbe presto non esserci più. I residenti, intanto, hanno chiesto un incontro al sindaco Beppe Sala, lanciando anche un Iban per raccogliere fondi di “aiuto” per gli abitanti di “Antonini 32/34”, il palazzo andato fuoco.

I pannelli e l’obbligo di materiale antincendio solo dal 2019 – Come già uscito con le prime indiscrezioni sulle indagini circolate nella giornata di lunedì, il primo “sospettato” per la “tragedia sfiorata” è il materiale interno ai pannelli compositi, composti da due lamiere esterne di alluminio e un nucleo centrale di sostanze minerali difficilmente infiammabili, che potrebbe aver agito come “benzina”. Certo è infatti che le lamiere “bruciavano come se fossero di cartone”, a detta degli stessi pm. E quindi proprio le analisi sulle falle nella sicurezza del grattacielo sono uno dei punti centrali delle indagini per disastro colposo. Gli esperti del Nucleo investigativo antincendi dei vigili del fuoco hanno sequestrato i resti della copertura e saranno le perizie fatte in laboratorio, che secondo Repubblica saranno aiutate anche dalle immagini di una spherocam, in grado di fotografare a 360 gradi e ad altissima risoluzione, a dare certezza sul materiale usato per “riempire” i pannelli. Da capire, si legge ancora sul Corriere, anche se i pannelli siano stati montati correttamente, secondo le specifiche, o se siano stati utilizzati isolanti o schiume aggiuntivi e quindi non previsti dall’impresa realizzatrice dei rivestimenti.

I registri delle attività di manutenzione e revisione, appunto, sono già stati acquisiti. E non è escluso che più avanti gli inquirenti si concentrino, acquisendo documenti, anche sulla proprietà del grattacielo, la Moro Real Estate, dell’immobiliarista Alberto Moro, che ha inglobato la “Moro costruzioni” che nel 2011 realizzò lo stesso edificio. Le indagini dovranno poi accertare anche il fornitore dei pannelli, i vigili del fuoco effettueranno le analisi sul materiale usato per realizzare i pannelli di rivestimento e si dovrà verificare un’eventuale discrepanza tra quello dichiarato nei documenti di costruzione e quello realmente utilizzato.

Secondo l’Ansa, a garanzia per gli accertamenti tecnici, potrebbero presto arrivare le iscrizioni nel registro degli indagati verosimilmente di costruttori, responsabili dei lavori e progettisti. Anche per questo la procura di Milano ha delegato la squadra di polizia giudiziaria del dipartimento ‘ambiente, salute, sicurezza, lavoro’ ad acquisire negli uffici tecnici del Comune di Milano tutti i documenti relativi alla concessione edilizia che ha permesso di realizzare il grattacielo, la cui costruzione è terminata nel 2011. Le carte, a quanto si è saputo, saranno utili agli inquirenti per avere i nominativi delle società coinvolte nella realizzazione dell’edificio, dei responsabili dei lavori e dei progettisti.

Altro punto oscuro resta quello della normativa che la stessa Procura ha definito “molto recente”. La torre di via Antonini, infatti, è stata consegnata nel 2011 quando i requisiti di sicurezza antincendio delle facciate, come riporta il Corriere della Sera, erano solo “raccomandazioni”. E così sono rimaste fino al 2019 quando un decreto del ministero dell’Interno ha reso legge una prima circolare di raccomandazione. Il decreto, specifica l’ingegnere Michele Mazzaro, vice direttore centrale per la prevenzione incendi dei vigili del fuoco, sentito dal Corriere, “riguarda edifici che sono stati costruiti successivamente all’entrata in vigore del decreto e quelli ai quali vengono apportate modifiche superiori al 50% della facciata”. E quindi il grattacielo andato a fuoco risulterebbe escluso. Tuttavia, precisano gli inquirenti, “un conto è usare pannelli non ignifughi, un altro prodotti che hanno favorito le fiamme e le hanno alimentate. I rivestimenti non devono bruciare così”.

Il sistema antincendio – Altro filone d’indagine riguarda invece l’impianto antincendio del palazzo. Certo è che il sistema presentava diverse “criticità” e in particolare le bocchette dell’impianto da attivare manualmente funzionavano solo fino al quinto piano e non erano attive tra il quinto e il decimo, mentre hanno funzionato in parte dal decimo al diciottesimo piano. Gli stessi inquilini, infatti, hanno dichiarato che l’acqua non usciva in quei cinque piani incriminati e gli stessi vigili del fuoco non hanno potuto usare l’impianto interno in parte fuori uso. E dalle testimonianze raccolte finora inoltre è emerso che i condomini del grattacielo non hanno sentito suonare alcun allarme antincendio quando si sono accorti dall’odore e dal fumo che le fiamme stavano divampando nel palazzo. Alcuni pompieri, poi, come riporta il Corriere, hanno parlato di scale d’emergenza “piene di fumo” così come alcuni piani. Le scale però hanno consentito alle persone che stavano fuggendo di evacuare in sicurezza. Non si sono registrate vittime infatti, se non “un cagnolino”, come ha dichiarato ieri il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano che coordina le indagini.

L’origine del rogo – Nessun dolo ma dubbi anche sull’origine del rogo. I vigili del fuoco, dopo aver spento alcuni focolai che si sono riattivati nella notte, sono rientrati per un sopralluogo nell’appartamento del 15esimo piano dove dovrebbe essersi originato l’incendio e hanno chiesto alla società che se ne occupa i dati sui consumi di energia elettrica in quell’abitazione per verificare se ci sono stati o meno picchi anomali prima del rogo. Tuttavia le dichiarazioni del custode, che ha parlato di “elettricità staccata” in relazione all’appartamento, potrebbero far nascere alcuni dubbi. Fino a questa mattina, secondo Repubblica, le ipotesi in campo erano due: l’incendio poteva essere partito sia all’interno che all’esterno dell’appartamento al quindicesimo piano, disabitato da due settimane viste le ferie estive. Nel primo caso la causa poteva essere un caricatore per batterie a litio surriscaldato, un condizionatore difettoso o un elettrodomestico in cortocircuito. Nel secondo caso il pezzo difettoso poteva essere stato dimenticato all’esterno e surriscaldato dal sole. Ora, però, con le ultime dichiarazioni del custode bisognerà fare nuovi accertamenti per verificare che il primo rogo sia effettivamente partito da quell’appartamento chiuso. Anche per questo i pompieri hanno subito chiesto i dati alla società che eroga l’elettricità.

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