Molte persone preferirebbero buone terapie contro il Covid invece di buoni vaccini, per la semplice ragione che il vaccino, essendo una misura preventiva, comporta assumere su di sé un piccolo rischio di effetti avversi mentre si è sani e ci si sente al sicuro, mentre la terapia si assume soltanto quando si è malati, ed un rischio è comunque inevitabile.

Questo ragionamento è comprensibile ma è sbagliato perché, soprattutto in corso di epidemia, i sani non sono affatto al sicuro, ma corrono un rilevante rischio di ammalarsi. Purtroppo, mentre i vaccini hanno grande efficacia, le terapie antivirali sono poche e quelle attualmente in uso per il Covid hanno efficacia modesta. Se si confronta il caso degli antivirali con quello degli antibatterici (gli antibiotici) la differenza è enorme. Sia gli antibiotici che gli antivirali propriamente detti sono veleni selettivi, che uccidono il germe ma non le cellule dell’organismo che lo ospita, e il problema cruciale sta nella selettività: veleni ne abbiamo molti di più di quanti ce ne servano, ma pochi sono selettivi; inoltre la selettività dipende spesso dal dosaggio.

I batteri sono agenti infettanti unicellulari, la cui struttura cellulare (chiamata procariotica) è molto diversa da quella delle cellule eucariotiche che costituiscono gli organismi animali o vegetali. Le differenze tra eucarioti e procarioti a livello biochimico semplificano la ricerca di veleni selettivi: ad esempio il cloramfenicolo è un veleno che blocca le funzioni di un organello cellulare, il ribosoma, dei procarioti, ma non quelle del corrispondente organello degli eucarioti. L’analogo del cloramfenicolo per il ribosoma eucariotico, la cicloesimmide, è un veleno molto potente per animali e piante.

I virus, come spiegato in un post precedente, mancano di quasi tutte le funzioni metaboliche e possono riprodursi soltanto parassitando le cellule di un organismo ospite. Poiché le funzioni metaboliche necessarie alla replicazione virale sono svolte quasi completamente dalla cellula ospite, le strategie terapeutiche volte a paralizzarle non sono utilizzabili: ucciderebbero il malato insieme al virus.

I pochi farmaci approvati dall’Aifa per il trattamento del Covid-19 sono: anticorpi monoclonali, eparina e derivati, cortisone e derivati, antiinfiammatori e antipiretici, remdesivir; altri farmaci sono ammissibili solo nell’ambito di studi clinici, previa approvazione dei comitati etici (ad esempio l’ivermectina). Come tutti gli antivirali, questi farmaci agiscono in uno di quattro modi principali:

1) possono inibire una tra quelle pochissime funzioni metaboliche specifiche del virus: ad esempio il remdesivir è un inibitore della Rna polimerasi Rna dipendente, un enzima virale non posseduto dalla cellula;

2) possono inibire funzioni cellulari che risultano, almeno sul breve periodo, più necessarie al virus che alla cellula ospite; in genere questi farmaci hanno tossicità non trascurabile (nessun farmaco approvato dall’Aifa rientra in questa categoria, ma vi potrebbe rientrare l’ivermectina);

3) possono prevenire l’ingresso del virus nella cellula o stimolare azioni cellulari protettive; alcune tra le sostanze che hanno questa azione sono prodotte dall’organismo stesso e noi somministrandone in aggiunta dall’esterno non facciamo altro che aumentarne la concentrazione (sono approvati dall’Aifa gli anticorpi monoclonali; inoltre sono stati usati in passato in modo sperimentale e a volte con discreti risultati il siero immune, dal Prof. De Donno, e l’interferone);

4) possono infine essere irrilevanti ai fini della replicazione virale, ma sopprimere o ridurre azioni difensive esagerate o simil-fisiologiche messe in atto dall’organismo, che risultano a loro volta dannose (sono approvati dall’Aifa eparina, cortisone, antipiretici e antiinfiammatori; rientra in questo gruppo anche la cura sperimentata a Napoli dal Prof. Ascierto).

L’efficacia di questi farmaci è in linea di massima modesta: ad esempio il remdesivir può abbreviare la durata della fase sintomatica nelle forme lievi della malattia, ma non riduce significativamente la mortalità delle forme gravi. Lo scopo principale di questi farmaci è rallentare la malattia e guadagnare tempo necessario per lo sviluppo delle ben più efficaci difese immunitarie, che sperabilmente porteranno alla guarigione. Può darsi che nel futuro avremo farmaci migliori, ma ci vorrà tempo perché lo sviluppo di farmaci antivirali è lento: nel caso dell’Aids, sul quale sono state investite somme enormi, ha richiesto molti anni.

Alcuni farmaci antiparassitari come l’idrossiclorochina o l’ivermectina, testati su culture cellulari infette da vari virus incluso Sars-Cov-2, hanno dimostrato attività antivirale. I parassiti sono organismi patogeni formati da cellule eucariotiche; ad esempio il Plasmodio della malaria. Non è sempre chiaro il meccanismo di azione antivirale di questi farmaci; nel caso dell’ivermectina alcuni studi suggeriscono che sia inibito il traffico intracellulare di proteine e acidi nucleici, una funzione fisiologica cellulare che risulta necessaria allo sviluppo del virus. Purtroppo l’efficacia degli antiparassitari nei confronti delle infezioni virali è alquanto modesta e la loro tossicità impedisce di usarli ai dosaggi elevati che sarebbero richiesti per ottimizzare l’azione antivirale, ed è frequente che quando si passa dagli studi in vitro agli studi clinici l’attività antivirale di questi farmaci diminuisce o scompare. Infatti anche nel caso dell’ivermectina i risultati degli studi clinici sull’uomo sono incerti e contraddittori.

L’affermazione, frequentemente ripetuta, che esisterebbero cure semplici ed efficaci per il Covid-19, specialmente se trattato in fase iniziale, è falsa e consegue ad un abbaglio. Il Covid-19 è una malattia di moderata gravità, che guarisce spontaneamente in oltre il 95% dei casi ed è mortale in meno dell’1%, sebbene con grandi differenze in relazione all’età. Di conseguenza, qualunque “farmaco”, inclusa l’acqua fresca, “guarirà” almeno quel 95% dei casi di Covid-19 che non richiede ospedalizzazione. L’effetto della terapia o del vaccino si misura sui casi, prevalentemente di anziani e soggetti a rischio, che più frequentemente sviluppano forme gravi della malattia e richiedono l’ospedalizzazione; e questi soggetti sono molto più efficacemente protetti dal vaccino che dai farmaci.

Inoltre, in quei rari casi nei quali la malattia si sviluppa nonostante il vaccino, si può sempre ricorrere ai presidi terapeutici di supporto (cortisone, eparina, antiinfiammatori) e godere del vantaggio che le difese immunitarie del malato, precedentemente stimolate dal vaccino, interverranno più rapidamente. L’inverso (usare il vaccino a malattia in atto, come coadiuvante della terapia antivirale) non è efficace. In corso di epidemia, niente riduce la mortalità in misura maggiore del vaccino: né i farmaci, né le mascherine, né il distanziamento sociale o il lockdown, né la combinazione di queste misure. Rifiutare il vaccino è lecito, ma illudere il cittadino sull’esistenza di misure protettive diverse dal vaccino e dotate di pari efficacia è criminale.

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