“La divisione del servizio estero (la spina dorsale della struttura che avrebbe dovuto ricostruire lo stato afgano) ha lo stesso numero di addetti delle bande musicali del Dipartimento della difesa” . È una delle tante osservazione di cui è costellato l’ultimo a il rapporto diffuso dallo Special inspector general for Afghanistan reconstruction (Sigar), organismo istituito dal Congresso statunitense per monitorare obiettivi e risultati della missione Usa nel paese asiatico. Centoquaranta pagine che raccontano di tutta la distanza che esiste tra il proposito, più o meno sincero, di “esportare la democrazia” e il farlo per davvero. Un compito a cui gli Usa si sono presentati gravemente impreparati, senza comprendere il contesto in cui avrebbero agito e con una alta dosa di approssimazione e cattiva organizzazione.

Spiace dirlo ma, viste le premesse, il risultato finale difficilmente avrebbe potuto essere diverso da quello a cui assistiamo in questi giorni. Con buona pace dei contribuenti statunitensi che nella ventennale operazione “Enduring freedom” hanno versato un migliaio di miliardi di dollari. Di questi però appena 145 sono andati effettivamente alla ricostruzione di infrastrutture e istituzioni del paese. 837 sono invece stati spesi a scopi militari e per pagare contractor. In sostanza sono passati dalle tasche dei contribuenti americani a quelle dell’industria militare a stelle e strisce. Peraltro ottenendo risultati scadebti visto che il livello di sicurezza del paese è andato via via peggiorando nel nel corso degli anni contrassegnati dalla presenza Usa.

Il rapporto è una lunga lista di disastri, a tutti i livelli. Innanzitutto quello organizzativo. La ricostruzione è stata affidata a più soggetti. Ma il Dipartimento di Stato, che avrebbe dovuto coordinare la missione, non disponeva di risorse ed esperienze per farlo. Al Dipartimento della difesa, che almeno alcune di queste competenze invece le aveva, sono stati affidati solo compiti minori. L’errata divisione del lavoro si è tradotta in una strategia debole, aggravata dal continuo turn over di personale che ne rendeva ancora più complessa l’implementazione. Inoltre, la perenne sensazione di un’imminente abbandono del paese ha praticamente azzerato la capacità del personale di ragionare ed agire in un’ottica di medio lungo termine.

“Il Governo statunitense, semplicemente non era attrezzato per affrontare un compito così ambizioso come quello della ricostruzione del paese. E così sarebbe stato con indipendentemente dall’ammontare del budget a disposizione”, si legge testualmente nel rapporto. Il tempo necessario per un’operazione di Nation building è stato per di più gravemente sottostimato e non sono mai state ben comprese le caratteristiche sociali, economiche e politiche del contesto in cui si operava.

“Il governo ha costantemente sottovalutato la quantità di tempo necessario per ricostruire l’Afghanistan, creato scadenze e aspettative irrealistiche che hanno indotto gli attori in campo a spendere velocemente piuttosto che focalizzarsi sull’efficacia dei programmi e sulla riduzione della corruzione”, scrive il Sigar. Non che gli Usa si trovassero di fronte ad un compito semplice. “La corruzione non è solo un problema per il sistema di governo in Afghanistan, è il sistema di governo”, afferma Rangin Spanta, ex consigliere per la sicurezza nazionale afghana ,le cui parole sono citate nel rapporto.

Eppure “legittimando i signori della guerra e fornendo loro sostegno politico e finanziario, gli Stati Uniti hanno contribuito a rafforzare una élite di governo livello locale e nazionale che portavano con sé rapporti conflittuali tra le proprie reti di potere e lo stato afgano che si stava cercando di costruire. Indirettamente, gli Usa hanno contribuito a gettare le basi per una perenne impunità di questi soggetti, a indebolire lo stato di diritto e ad accrescere la corruzione”. Inoltre “Gli Stati Uniti hanno mancato l’ opportunità una riconciliazione con i Talebani ormai sconfitti, rifiutandosi di attuare un processo di pace inclusivo“. L’effetto è stato che i Talebani hanno ripreso ad organizzarsi come entità esterna allo stato, ponendo le base per la successiva insurrezione.

Quanto alle opere infrastrutturali e alle istituzione realizzate, nella maggioranza dei casi mancavano i presupposti per una loro sostenibilità nel lungo periodo. E le agenzie governative “raramente hanno condotto le valutazioni e i monitoraggi necessari per capire l’impatto dei loro sforzi, questo anche a causa di carenza di personale in grado di gestire questi processi”. Oltre a ciò il persistente clima di insicurezza del paese ha compromesso l’impegno per la ricostruzione.

Il rapporto è basato anche su centinaia di interviste ai protagonisti di questo ventennio. Alcune considerazioni vengono riportate testualmente come quelle di Douglas Lute, coordinatore della strategia in Afghanistan presso il National Security Council dal 2007 al 2013. “Eravamo privi di una vera comprensione dell’Afghanistan”, spiega Lute, “non sapevamo quello che stavamo facendo (…) Cosa stiamo cercando di fare qui? ci chiedevamo. Ma non avevamo la più pallida idea di quel che stavamo intraprendendo. C’era una lacuna fondamentale di comprensione sullo scopo finale, obiettivi sopravvalutati, un’eccessiva dipendenza dai militari e una mancanza di valutazione delle risorse necessarie”

Quello che emerge è insomma una scarsa comprensione non solo del contesto afgano ma anche di quelle che erano le reali intenzioni del governo statunitense. Un altro ex alto funzionario citato afferma: “Avevamo un approccio minimalista…del tipo aiutiamo questi ragazzi a formare un governo, diamogli qualche sostegno economico e umanitario ma non andremo oltre a questo….dovremmo essere pazzi per immaginarci una vera operazione di nation building”. Il titolo del capitolo conclusivo dice molto in poche parole: “Preparation needed for reconstruction to succed”. Bisogna essere adeguatamente preparati perché un piano di ricostruzione possa avere successo.

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