La scena va avanti per un paio di minuti. Un uomo si arrampica su un palchetto rialzato al centro della gradinata. Ha un cappello da pescatore nero appoggiato sulla testa e un paio di occhiali da sole spessi che gli coprono gli occhi. Per un attimo resta fermo. Immobile. Guarda quelle centinaia di persone che se ne stanno fianco a fianco su quella tribunetta scheletrica. Sono tutti lì per lo stesso motivo. E non vedono l’ora di farlo sapere al mondo intero. “Ci sta che vi venga da piangere”, dice l’uomo, “mi raccomando, ripetete quello che dico io”. È un momento di comunione assoluta. Centinaia di voci che si fondono insieme. Centinaia di cuori che martellano alla stesso ritmo. L’uomo prende fiato e fa partire un coro. Lui dice “Cotton fioc“. E gli altri ripetono “Cotton fioc”. Lui dice “Rocchettone“. E gli altri ripetono “Rocchettone”. Lui dice “Profiteroles“. E gli altri ripetono “Profiteroles”. Lui dice “Oshadogan“. E gli altri ripetono “Oshadogan”.

Con i decibel che diventano sempre più alti. Con le vene che iniziano a sporgere sempre di più dal collo. Poi, all’improvviso, attaccano a cantare tutti insieme. “Non sappiamo cosa diciamo“. E ancora: “Non capiamo cosa diciamo”. È goliardia, voglia di stare insieme, di non prendersi troppo sul serio. Ma è anche un annuncio ufficiale. Perché durante il video le telecamere si soffermano sui volti dei presenti. Ma c’è n’è uno che viene inquadrato spesso. I pochi capelli rimasti sono rasati, la barba è lunga appena qualche millimetro. È una faccia che riconoscerebbero tutti. Soprattutto a Firenze. Perché appartiene a Borja Valero, il calciatore diventato simbolo di una squadra, l’uomo diventato parte integrante di una città lontana quasi duemila chilometri da quella in cui è nato. In una Firenze introflessa, sempre impegnata a rimarcare la propria specificità, a sottolineare il proprio primato, lo spagnolo si è trasformato in vessillo, è stato insignito del soprannome di “Sindaco”. Un idillio che è durato sei anni. E che è andato in frantumi a giugno.

Borja aspetta una telefonata dalla società. Solo che il telefono non squilla mai. È la fine. Improvvisa. Inaspettata. Dolorosa. Il sindaco è costretto a sfilarsi la sua fascia tricolore. “Ero convinto di giocare un’altra stagione nella Fiorentina, non certo per soldi o per chissà cosa. Avrei potuto dare una mano“. Ma d’altra parte lo diceva anche Ennio Flaiano: “La ricchezza è una cosa degli altri. L’eroe ha bisogno solo di denaro”. Serve un piano b. Borja lo trova piuttosto facilmente. Firma con Dazn. Sarà uno commentatori. Ma non basta. Il richiamo del pallone è troppo forte. Anche se i suoi muscoli iniziano a sferragliare per il campo. Anche se nessuno si è fatto avanti per offrigli un contratto. Con un po’ di anticipo lo spagnolo sperimenta quella frase di Pablo Picasso che recita: “I quarant’anni sono quell’età in cui ci si sente finalmente giovani. Ma è troppo tardi“. È la fine. O forse no.

Il contratto più particolare della sua vita Borja Valero lo firma seduto al tavolino di una pasticceria di Firenze. Sul piatto non ci sono soldi, ma idee. Tante. Lo spagnolo fa marcia indietro. Si sente ancora un calciatore. Non ha senso smettere. Così questa mattina quel video inizia a rimbalzare sui social. E poi su tutti i giornali nazionali. Quel centrocampista con i piedi di velluto continuerà a giocare. In Promozione. Con la maglia del Centro Storico Lebowski, una società che fa dell’impegno sul territorio il suo tratto peculiare. È un inno alla gioia, uno spot per un movimento intero. Perché non è il tentativo di procrastinare la propria fine sportiva, di eternare il proprio ruolo di Peter Pan. È la voglia di diventare megafono per diffondere un concetto, un ideale, di grattare via quella superficie patinata che ha avvolto il calcio e ora rischia di stritolarlo. È una regressione a una dimensione più povera ma allo stesso tempo più genuina.

Un concetto che Borja Valero aveva spiegato otto anni fa alla rivista So Foot. Aveva parlato dei suoi inizi nelle giovanili del Real Madrid. E lo aveva fatto più con paura che con nostalgia. “Ho smesso di vivere il calcio come un divertimento nel giorno in cui ho varcato la soglia del centro di formazione del Real Madrid a 11 anni. Durante la mia formazione ho convissuto con oltre 300 ragazzi e l’85% di loro non ha sfondato. E’ tutta gente che ha sacrificato l’adolescenza per niente”. E ancora: “Quelli scartati li vedevi partire con lo zaino, dall’oggi al domani. E mi dicevo che avrei potuto fare anch’io quella fine. Era stressante perché non dipendeva solo dal campo ma dall’opinione dei formatori, assomigliava a X-Factor solo che non c’era il pubblico per salvarti. Al Real vivi su un altro pianeta, sei al vertice, ma non è calcio vero“. Una frase che fa discutere. Perché è vera.

In questa estate Borja Valero è tornato indietro a quando era un ragazzino di 11 anni. E ha scelto di recuperare quel divertimento che era evaporato a Madrid. Il Centro Sportivo Lebowski è la società giusta per riuscirci. La storia del club sembra uscita da un romanzo. In una mattinata anonima del 2004 cinque amici sfogliano un giornale locale. L’occhio cade sulle vicende di una squadra. Si chiama A.C. Lebowski ed è all’ultimo posto nell’ultima serie del calcio tricolore. Nell’ultima partita ha perso per 8-2. Contro la penultima in classifica. È la versione calcistica di Calimero. Eppure continua ad andare avanti, in direzione ostinata e contraria. I cinque amici non hanno dubbi. Si presentano al campo dell’A.C. Lebowski e iniziano a fare il tifo. In un primo momento c’è tensione. Perché quella squadra ultima fra gli ultimi pensa a una presa in giro. Poi le cose iniziano a cambiare. Il tifo cresce domenica dopo domenica. I risultati sono sempre deludenti. Eppure l’importante è essere presenti.

Prima nasce la Curva Moana Pozzi (dedicata a quella che i fondatori definiscono la “Più grande artista italiana”), poi nel 2010 arriva la svolta. La vecchia società viene rilevata dal Centro Storico Lebowski. E diventa uno dei primi club interamente di proprietà dei tifosi. È un concetto rivoluzionario. Almeno per l’Italia. La partita diventa solo la conclusione di un percorso che dura tutta la settimana. E i risultati si fanno meno disastrosi. Dalla Terza Categoria il club si inerpica fino alla Promozione. Una dimensione comunque piccola, ma appagante. “Eravamo in 15, oggi a Tavarnuzze in casa siamo mezzo migliaio – hanno detto un anno fa a QuattroTreTre.it – Prima il centro di tutto era la domenica, e solo quella, adesso C.S. Lebowski vuol dire una Scuola Calcio in San Frediano, 2 squadre dilettanti, 2 amatoriali, la juniores, decine di eventi l’anno tra sagre e concerti”.

È il calcio che pesca dal territorio e che al territorio poi restituisce. In termini di socialità e socializzazione. In termini di aiuto ai più piccoli, a chi è fuori dal luccichio del centro cittadino. “Per come la vediamo noi, l’impianto sportivo dovrebbe rappresentare una delle risorse imprescindibili di ogni territorio, 18 ore su 24, 7 giorni su 7, prendendo da esso le risorse per costruire non un servizio, ma un contenitore di emozioni – hanno aggiunto – Al campo si possono organizzare cene, eventi, momenti di socialità che vadano oltre il calcio, si possono insegnare i valori dello sport a giovani e adulti. La domenica poi, diventa per forza di cose il massimo momento di aggregazione”.

L’ingaggio di Borja Valero apre una nuova fase per la società. L’impegno sul territorio è destinato a crescere. Almeno quanto le pressioni. “Non ci servono marchette acchiappalike, né ci servono merci di scambio per trovare nuovi soci e nuove socie – ha scritto il C.S. Lebowski nel comunicato ufficiale – Ci servono spiriti affini, con la voglia di mettersi in gioco. Ci servono fuoriclasse che mettano a disposizione le capacità eccellenti di cui dispongono, in ogni ambito, per aiutarci a far meglio quello che già facciamo. Ci servono messaggi prorompenti da spedire ai grandi padroni del calcio, e alla massa di appassionati e addetti ai lavori che dal basso, nel fango e nel silenzio, tentano ogni giorno di dare materia ai propri sogni. A chi sente nel profondo le ingiustizie e vuole ribaltare il tavolo”. Un obiettivo ambizioso che da oggi sembra uscire un po’ dalla dimensione dell’utopia per rientrare in quello della realtà. Il sindaco guiderà i grigioneri in questa nuova impresa. Quando gli impegni di Dazn lo permetteranno. Un centrocampista di livello mondiale non è ancora diventato ex. D’altra parte lo diceva Cesare Pavese: “Ho trovato compagni trovando me stesso”.

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