Pensavamo fosse tutto sotto controllo in Iran, nonostante le elezioni farsa vinte da Ebrahim Rasi, il nuovo presidente della Repubblica islamica dell’Iran. E invece sbagliavamo. Nonostante la bassissima affluenza al voto delle elezioni presidenziali dello scorso 17 giugno, in cui hanno votato meno di 30 milioni su 59 milioni aventi diritto di voto, non si erano viste manifestazioni di protesta. E questo ci aveva fatto pensare a un paese assuefatto alla dittatura, che non tenta neanche di ribellarsi perché sa bene che verrebbe represso con la violenza.
Ci hanno pensato invece gli abitanti del Khuzestan che all’inizio di questo mese hanno dato vita a una forte protesta contro la carenza d’acqua nella loro zona. Migliaia di persone hanno rivendicato il loro diritto all’acqua che è praticamente inesistente in queste ultime settimane. Mancanza dovuta in parte a una grave siccità, aggravata da anni di cattiva gestione statale delle risorse naturali dell’Iran ma soprattutto dalla scarsa pianificazione nel Khuzestan ricco di petrolio, dove i residenti, compresa una vasta minoranza etnica araba, si lamentano da tempo di ricevere un trattamento di seconda classe.

La provincia ospita circa l’80% dei giacimenti petroliferi iraniani e il 60% delle riserve di gas naturale del paese. Ma i suoi residenti affermano di non trarre alcun beneficio dalla sua ricchezza, mentre affrontano l’inquinamento, la distruzione delle loro zone umide e la recente scarsità d’acqua ha devastato l’agricoltura e il bestiame. Sono più di 700 i villaggi che nella regione hanno difficoltà ad accedere alle risorse idriche e molti residenti ricevono acqua solo tramite autocisterne inviate dal governo. Un Governo sempre più in crisi che ha risposto alle proteste in Khuzestan nell’unico e solo modo che conosce: usando la forza, interrompendo Internet attraverso il blocco di Netblocks, un’organizzazione che monitora l’accesso a Internet in tutto il mondo.
Una tattica che ben conosciamo in Iran, usata spesso durante le proteste di massa per impedire ai manifestanti di organizzarsi, nonché per limitare il libero flusso di informazioni e nascondere l’entità della sua repressione. Ma il regime iraniano troppo spesso dimentica che le informazioni ormai viaggiano più veloci dello loro censure, e i giovani iraniani trovano sempre un modo per far conoscere all’opinione pubblica le perpetrate violazioni dei Diritti Umani e Civili che continuano a esistere nel paese.
Per ora sembra che siano almeno otto i manifestanti, tra cui un adolescente, uccisi in queste insurrezioni in diverse città della provincia dove ci sono state inoltre dozzine gli arresti tra manifestanti e attivisti, tra cui molti di etnia araba.

‘Abbiamo sete’ è lo slogan usato dalla popolazione iraniana per protestare contro questa privazione idrica che non permette durante la calda stagione estiva nemmeno l’utilizzo per le necessità primarie.

Molti giornalisti, avvocati, dissidenti, artisti e altri iraniani hanno rilasciato dichiarazioni e commenti a sostegno del Khuzestan, condannando fermamente l’uso della forza del regime. Il Khuzestan è una provincia ricchissima di storia, nella città di Shush, si trovano i resti di un villaggio residenziale risalente al Settemila a.C.. Più della metà del petrolio iraniano si trova solo in questa provincia. È una terra fertilissima poiché un terzo dei fiumi iraniani scorre in questa zona, che è anche centro di produzione di riso, datteri e colture estive. Sarebbe da chiedersi come mai se un terzo dell’acqua dell’Iran si trova proprio in questa provincia non è a disposizione dei residenti? Domanda che però non ha risposta.

Sicuramente l’Iran, con il malcontento creato dalla pseudo vittoria del religioso conservatore Raisi, a seguito della squalifica di centinaia di aspiranti, con le sanzioni ancora in essere e un accordo sul nucleare in stallo, da l’immagine di un Paese che sta sperimentando uno dei periodi più oscuri della sua storia dalla nascita della Repubblica islamica del 1979 ad oggi. Aggiungendo poi la cattiva gestione da parte del governo della pandemia Covid19 e la lentissima campagna di vaccinazione. E non è tutto, perché nonostante i tantissimi problemi a livello nazionale ed internazionale il regime continua con le condanne agli attivisti per i diritti umani.

Lo scorso 20 luglio un gruppo di attivisti, tra cui la nota attivista Narges Mohammadi sono stati trattenuti dalle autorità per diverse ore dopo aver organizzato un raduno pacifico a Teheran fuori dal ministero dell’Interno a sostegno della popolazione del Khuzestan. Su Mohammadi, pende una recente condanna – ancora non eseguita – a 30 mesi di detenzione, 80 frustrate per “diffusione di propaganda” contro la Repubblica islamica e ben due multe per avere svolto attività pacifiche sui diritti umani.
Amnesty International ha lanciato un appello alle autorità iraniane affinché possano annullare la sentenza la condanna di Narges Mohammadi, che si basa solo sul legittimo esercizio dei suoi diritti alla libertà di espressione, associazione e riunione. Inoltre l’associazione chiede di togliere il divieto di viaggiare, impostole ingiustamente e di condurre un’indagine immediata, indipendente e imparziale sulle accuse di torture e maltrattamenti subiti, da lei stessa denunciati, durante l’ingiusta detenzione.

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