Marco Travaglio dichiara di non avere mai fatto uso del termine “populista”; e altrettanto di “giustizialista”. In entrambi i casi una scelta più che giusta, in quanto – cortine fumogene a parte – i due “lemmi fatali” hanno subito una torsione linguistica truffaldina che ne ha stravolto i significati. Dai primi anni Novanta il “giustizialista”, da seguace del cacicco argentino Peron (il movimento dei descamisados), si è trasformato nell’esecrazione di un uso persecutorio della giustizia a danni di innocenti (?). Con punto interrogativo in quanto il principale fruitore dell’operazione fu – è e sarà sempre – Silvio Berlusconi.

Da alcuni anni (vogliamo azzardare dal 2011? L’anno in cui l’indignazione popolare contro le malefatte di banchieri e finanzieri esplose un po’ in tutte le città dell’Occidente) “populista” è diventato sinonimo di demagogo sfasciacarrozze. Almeno nella nostra Italietta, visto che altrove non è così. Tanto che un presidente moderato e prudente come Barack Obama si è sempre definito tale, prima e dopo la sua permanenza alla Casa Bianca.

Nel decennio precedente un intellettuale del calibro di Christopher Lasch dichiarava che “il populismo è la voce autentica della democrazia” (La ribellione dell’élite, Feltrinelli 1995, pag. 91); soprattutto innanzi al “lato oscuro del cosmopolitismo”, rappresentato da un’economia globale senza frontiere; in cui il denaro ha perso i suoi legami con la nazionalità e le classi privilegiate si sono rese indipendenti in misura allarmante.

Nell’ex Bel Paese, dove la saldatura tra una classe politica indifferenziata e ceti affaristici vari ha prodotto il mostro denominato “Casta”, mettere fuori gioco ogni accenno di critica al fenomeno diventava impellente ragione di sopravvivenza. Come, nel trentennio precedente, bloccare per tempo il pericoloso avvicinarsi della magistratura al “lato oscuro” dell’impero berlusconiano: da qui i marchingegni lessicali di cui si diceva, destinati a delegittimare la critica e demonizzare i critici, trasformati in oggetto di esecrazione attraverso la denominazione; un po’ come il termine “giudeo” in bocca a un nazista.

Un’operazione di ridisegno della realtà ad uso del datore di lavoro che impegna le mezzecalzette dell’informazione nazionale, sia cartacea che talk, i mazzieri della destra da regime, non meno dei pensatori benpensanti; quelli che alzano il ditino e storcono la boccuccia davanti agli scriteriati spacca-capello-in-quattro che negano di vivere nel migliore dei mondi possibili. Le Nadie Urbinati o i Pieri Ignazi, oggi alla corte di Carlo De Benedetti, ingaggiati per scrivere su un quotidiano di dubbia necessità come ritengo sia Domani; il cui futuro appare abbastanza problematico nonostante il nome della testata. Quelle Nadie e quei Pieri che hanno dato una robusta mano per giustificare come inevitabile l’incoronazione di Mario Draghi.

L’algido banchiere da quartieri alti, come ne dà conferma il birignao e la tenuta standard del bancario, col vestitino scuro da sposo di paese. L’allievo dei gesuiti nell’istituto romano per abbienti, avendo come compagni di classe – se non sono male informato – il futuro Henry Ford del Terzo Millennio Luca Cordero di Montezemolo e il super-poliziotto Gianni De Gennaro, la salamandra passata attraverso mille incendi a partire dal G8 genovese e poi parcheggiata nelle più meglio poltrone di sottogoverno. Il leader chiamato per cacciare dal tempio gli ospiti abusivi, che pretendevano di promuovere una rifondazione nazionale in senso popolare. Ossia la democrazia, intesa come il reggimento in cui il numero dei senza potere riequilibra il potere dei pochi gestori degli strumenti di controllo delle masse. A partire dalla definizione del senso e del significato con cui descriviamo lo spazio in cui viviamo.

Oggi propugnatori – attraverso la denuncia del populismo quale sinonimo di demagogia – di una descrizione del campo politico in cui si fronteggiano due schieramenti contrapposti: da una parte gli irresponsabili, quelli che calpestano i venerandi principi della liberal-democrazia, i cultori del tanto peggio tanto meglio. Appunto, i Populisti: quelli brutti, sporchi e cattivi. Dall’altro lato i saggi, gli affidabili, quelli con la testa sul collo. Appunto, i Migliori.

Guarda caso, è proprio nel secondo fronte – occupato dai belli e buoni – che si mimetizza il nucleo di quanti stanno guidando la ristrutturazione in senso reazionario e oscurantista della società. Gli estrattori pervicaci di capitale sociale attraverso impoverimenti e prevaricazioni, che hanno prodotto le devastazioni civili, economiche e mediatiche contro cui si indirizza la critica populista.

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