di Luca Graziani

Khaby Lame, l’italiano non italiano più famoso di internet, dovrebbe fare davvero come gli amici Fedez e Ferragni e buttarsi a capofitto nell’agone politico? La risposta, per ora, è assolutamente no. Non prendiamoci in giro. Gli affari sono affari e ogni influencer che si rispetti, proprio come un bravo imprenditore (digitale), non fa niente per niente. Ebbene se anche Khaby, insieme al suo team, si troverà mai a valutare una eventuale discesa in campo in stile Ferragnez, si renderà presto conto che nel suo caso farebbe bene a stare alla larga da certe battaglie. Perché? Semplice. Perché sono divisive. La risposta è tutta nel suo linguaggio, vero motore di una crescita tanto vertiginosa.

Ormai è quasi impossibile trovare qualcuno che non si sia mai imbattuto in un suo video, non l’abbia visto in foto con qualche vip oppure in tv, ma per quei pochi ancora a digiuno è bene fare una precisazione. Khaby è un creator che punta tutto sull’universalità dei suoi contenuti. I video che propone sono “reaction” alle stranezze del web, brevi clip in cui non parla ma costruisce il tutto su gestualità e smorfie. Il clamoroso successo deriva proprio da questa sua geniale intuizione: fare post che possano ambire a un pubblico internazionale e variegato proprio perché forti di un’immediatezza disarmante. Le sue buffe espressioni arrivano fino in Russia, Brasile, Indonesia macinando milioni di views e interazioni.

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Da giorni si avvicina inesorabilmente al podio di utente più seguito al mondo su TikTok, pronto a scalzare la giovanissima Charli D’Amelio al momento ancora in testa. Con un futuro social così radioso, a chi verrebbe mai in mente di impelagarsi nei dibattiti nostrani più scivolosi, nelle nostre melliflue scaramucce politiche? Non possiamo certo fargliene una colpa se, comprensibilmente, non ha nessun interesse ad appaltare i suoi canali da numero uno al mondo alle segreterie dei partiti nazionali.

E dire che una storia da Libro Cuore ce l’avrebbe pure. Nato in Senegal e cresciuto in Italia, sempre umile e generoso, dall’età di un anno vive con i genitori nelle case popolari di Chivasso. Con il padre in cassa integrazione e la madre casalinga, prima di diventare una star del web ha lavorato in fabbrica. Oggi, dopo tanti anni e tanto successo, giuridicamente non è ancora italiano. A qualcuno farebbe più che comodo un testimonial così, ingaggiarlo come sponsor dell’agenda politica sarebbe davvero un colpaccio. Lo sarebbe molto meno per Khaby, lui che ha una carriera tutta proiettata fuori dal Bel Paese e può volare alto. Esattamente il contrario della nostra “royal family” che dopo il divorzio da Los Angeles ha visto nell’Italia l’occasione della vita, trasformandola col tempo nel proprio feudo mediatico.

Qui non si tratta di ideali, principi, senso di responsabilità o coscienza. Khaby a più riprese ha già risposto, preso posizione, espresso il suo pensiero. È piuttosto una questione di opportunità la sua. Dobbiamo rassegnarci all’idea che probabilmente non lo vedremo mai lì in posa, raccolto, con l’espressione grave a favor di camera, pronto a lanciare messaggi e appelli dal suo Instagram. E scordiamoci pure le lunghe dirette in compagnia dei politici groupies.

Il tema quindi è un altro: la necessità di ridimensionare un po’ la nostra idea di influencer per riportarla sui binari della normalità. A forza di incensarli, questi imprenditori digitali, rischiamo di prenderli per santi e dimenticare che sono mossi dall’interesse, non dal sentimento. Il loro è pur sempre un lavoro, non qualcosa di prettamente ludico. In questo il ventunenne di origine senegalese è solo più fortunato di altri perché felice e contento di poter far ridere di mestiere. E a giudicare dalla leggerezza che lo contraddistingue, nel farlo non si sente certo investito di compiti che non ha. Mettiamoci, dunque, l’anima in pace: a Khaby il mondo social e a Letta lo Ius soli.

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