Lunedì scorso, nel primo pomeriggio, ho avuto modo di partecipare a un presidio convocato da varie organizzazioni solidali con Cuba, in concomitanza colla manifestazione promossa davanti all’ambasciata cubana da un gruppo di cubani, alcune decine, fortemente critici nei confronti dell’attuale governo di Diaz-Canel. L’impressione è che dietro questa manifestazione, così come quelle che si sono svolte a Cuba e in altre parti del mondo nei giorni scorsi, vi sia una scelta precisa delle forze contrarie al sistema socialista cubano di approfittare della pandemia e della crisi economica che la accompagna per scatenare un nuovo attacco frontale.

Joe Biden può smentire quanto vuole di essere lui il reale artefice di queste mobilitazioni, ma è a tutti chiaro come il governo degli Stati Uniti costituisca il principale referente di coloro che, pur di rovesciare il socialismo cubano, sarebbero ben contenti di vedere lo sbarco di migliaia di marines pronti ad issare sull’isola la bandiera stellata in modo da ottenere finalmente, a circa sessant’anni di distanza, la rivincita sulla Baia di Porci – invasione fallita che lasciò sul terreno molti controrivoluzionari inquadrati, armati, equipaggiati e finanziati dall’amministrazione statunitense dell’epoca.

Sessant’anni sono passati ma resta invariato e incrollabile l’intento delle amministrazioni statunitensi di fare piazza pulita, finalmente, dell’anomalia cubana. Si tratta a questo punto di una questione nettamente psicoanalitica oltre che politica; la classe dirigente statunitense, abituata almeno dal 1945 a dominare il mondo, anche se ora visibilmente lo domina molto meno, non può tollerare che, nel proprio cortile di casa, o meglio nella tinozza caraibica, esista uno Stato così diverso dal modello basato sulla sopraffazione individuale, sugli spiriti animali del capitalismo e sull’imposizione urbi et orbi dei suoi punti di vista su mercato, democrazia e diritti. Da questo punto di vista Biden non è affatto diverso da Donald Trump, anche se all’interno del Partito democratico esistono posizioni diverse, non riconducibili al deep State e alle sue intramontabili velleità egemoniche.

Lo strumento del quale gli Stati Uniti si avvalgono per tentare di far naufragare l’esperienza socialista cubana, una volta verificata l’impraticabilità dell’opzione militare, è da sei decenni a questa parte il famigerato bloqueo. I danni inferti da quest’ultimo sono attentamente analizzati da tempo ed è chiaro, a chiunque non sia completamente in malafede, come il fatto di dover gestire un’economia che non è in grado di commerciare liberamente col resto del mondo costituisca un peso gravissimo, che sarebbe insopportabile per chiunque – tanto più che si tratta di un terreno insulare non ricchissimo di materie prime e che il bloqueo in questione dura ormai da troppo tempo, nonostante praticamente tutta la comunità internazionale, colla costante eccezione degli Stati Uniti e del loro vassallo israeliano che in cambio riceve annualmente le somme necessarie a sopravvivere, condanni da tempo questa evidente violazione del diritto internazionale, della libertà di commercio, dei diritti umani e del diritto di autodeterminazione.

A ben vedere la capacità di Cuba non solo di sopravvivere ma anche di svilupparsi, raggiungendo livelli di soddisfazione dei diritti umani che ci sogniamo anche in Paesi a capitalismo avanzato come l’Italia, ha costituito, per questi 60 e passa anni, un vero e proprio miracolo, cui le varie amministrazioni statunitensi che si sono succedute hanno assistito con stizza e sconcerto crescente, anche per il notevole peso elettorale dei fuoriusciti cubani stanziati a Miami e dintorni.

La maledetta pandemia ha costituito, per Biden & C., un aiuto insperato. La risposta cubana è stata esemplare sia sul piano interno, riuscendo fino ad oggi a contenere il contagio e attuando un importante piano di vaccinazione con vaccini, verificati internazionalmente, prodotti in casa sulla base di quell’altro miracolo che è la ricerca farmaceutica cubana, sia su quello internazionale, indirizzando l’impegno delle brigate come la “Henry Reeve” anche verso Paesi capitalistici come l’Italia e la Spagna. Ma di questo le oscene destre europee, compresi i loro segmenti italici ed iberici, si sono a quanto pare dimenticate, come dimostra il vergognoso voto recente del Parlamento europeo.

Oggi però la proliferazione delle varianti pone nuove sfide e soprattutto il danno economico è enorme, dato che colpisce a fondo soprattutto il turismo che per Cuba è stata la principale fonte di valuta pregiata specie nell’ultimo ventennio. Il malcontento quindi ha cause e radici reali. Ma, conoscendo un poco la realtà cubana, ritengo che i controrivoluzionari non abbiano in ultima analisi granché di cui rallegrarsi. La risposta della parte più cosciente e organizzata del popolo cubano che è scesa in piazza rispondendo all’appello del presidente Diaz-Canel è stata importante e siamo solo all’inizio.

A tutti coloro che si fregano le mani di fronte alla situazione attuale lasciandosi andare a frettolosi vaticini sulla presunta imminente fine del socialismo cubano consiglierei quindi un’estrema prudenza e maggiore ponderazione di giudizio. Torna d’attualità lo slogan che ha accompagnato i momenti più difficili dell’esperienza in questione: qui non si arrende nessuno (“Aquì no se rinde nadie”). Insieme all’altro coniato a suo tempo da Rosa Luxemburg, anch’esso oggi di grande attualità, a Cuba e nel mondo intero: “Socialismo o barbarie”.

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