Volessimo fare un torto al documentario collettivo Futurain queste ore alla Quinzaine des Realisateurs di Cannes -, ai suoi autori Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher, dovremmo scrivere che in quest’opera, dove si interpellano decine di giovani italiani sul loro futuro di adulti – dal Giambellino milanese alla Mariglianella napoletana, dai campi aperti di Cuneo all’urbe della Garbatella – si trovano risposte definitive e verità assolute.

Invece Futura è uno squarcio osservativo granuloso, aspro, verista, ma soprattutto un testo aperto, riscrivibile, poroso. Un viaggio in Italia e in pellicola 16 mm dove la macchina da presa guarda e viene guardata. Dove non si pilota senso in maniera pregiudiziale o si vuole eticamente orientare una lezioncina progressista (o anche all’opposto nostalgico-conservativa). Futura è una proiezione imprecisa e tentennante dell’idea che decine di ragazzi del nostro paese – i cosiddetti, nel film, divenenti – hanno sul periodo vicinissimo, forse già inconsapevolmente in essere, in cui saranno “grandi”.

Chiaro, il senso dell’indagine sociologica e antropologica del terzetto Marcello/Munzi/Rohrwacher ha ovvii richiami al passato ufficiale cinematografico/televisivo (Comencini e Soldati, per dire), che però grazie al legame e alla forza estetica del cinema di Marcello (che adoriamo – si può dire senza passare per groupies?) si fanno dialogo e loro proseguimento naturale. Futura è quindi sì archivio del presente ma è anche già deposito di macerie di un passato che ha corso veloce (vedi come il Covid19 tra lockdown e mascherine non devia il corso della narrazione, ma viene testimoniato come dettaglio/ostacolo di un lungo percorso umano ed esistenziale) gettandosi benjaminianamente come l’Angelus Novus di Klee verso il futuro. Futura ha anche un altro pregio bello grosso.

Nel fluido avvicendarsi di primi piani e mezzi busti sporchi e arricchiti da sfondi contrastanti (l’uso del riempire spesso il quadro con altri ragazzi e ragazze di fianco o dietro l’interpellata/o), nel susseguirsi di opinioni dei giovani intervistati su temi come la realizzazione personale e professionale, il concetto di libertà, il confronto con gli attuali “adulti”, Marcello/Munzi/Rohrwacher (in interpellante voce fuori campo) pongono sempre gli interrogativi più calzanti. Fateci caso. Non quelli giusti da compitino, ma quelli funzionali, limpidi, onesti per scandagliare, per far emergere, per scavare. Dicevamo, proprio ad inizio del pezzo: le risposte non ci sono. O meglio non ci sono risposte in forma di tesi. Proprio perché le differenze tra esseri umani non esistono.

I sogni, le idealità, la possibile mancanza (o presenza) di senso del collettivo, c’erano ieri come oggi, e forse come domani. Ciò che conta è una delle citazioni libertarie e radicali che appaiono alla fine: “L’unico principio di una educazione: imparare ad imparare da soli”. Frase altisonante che merita una speculare ed eguale citazione cinematografica: “te sta fuori che qua dentro è un brutto mondo”. Parrucchiere in erba, cuochi con cappello, studenti con le loro felpette firmate e i loro capelli colorati, trapper e fantine, agricoltori e allevatori, Futura è anche, e addirittura soprattutto, una carrellata su visi purissimi e ieratici, tra il bressoniano e il rosselliniano, sinfonia gentile (Debussy e Donizetti accompagnano con una grazia impossibile) che sfiora la commozione e che lascia ogni ipotesi aperta sul mondo da creare oggi, ieri, l’altro ieri, mentre i tre registi giravano. L’inserto sulla mattanza alle Diaz, come ultimo moto di ribellione giovanile negata e annegata nel sangue, è l’uso probabilmente più accorto e rispettoso visto dal 2002 ad oggi.

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Festival di Cannes, tre registi per Futura il film documento: “Ci siamo messi al servizio dei giovani”

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