Si apre il G20 dei ministri economici e governatori delle banche centrali che si ritrovano, da oggi a domenica all’Arsenale di Venezia. Ai tempi d’oro della Serenissima, qui gli emissari di stati esteri venivano ad ammirare il polo “industriale” e cantieristico più avanzato del mondo capace di sfornare navi con ritmi e qualità impensabili altrove. Ieri sera la cena inaugurale di rito, da oggi si entra nel vivo. Con qualche apprensione tra le forza dell’ordine che vigilano sulla sicurezza dei 300 partecipanti mentre sono in programma manifestazioni di protesta, a 20 anni esatti dal G8 di Genova del 2001. Il tema al centro del vertice è la riforma della tassazione delle multinazionali. Rispetto alle premesse quello che si sta delineando è un “accordino” al ribasso, che segna sì una svolta ma che rischia di avere ricadute concrete piuttosto modeste. Secondo molti esperti di fiscalità internazionale, tra cui l’economista Gabriel Zucman, il bicchiere è più mezzo vuoto che mezzo pieno. Altri rimarcano come si tratti comunque di un primo passo nella giusta direzione.

Un’unica aliquota globale – L’aspetto più noto della riforma è l’introduzione di un’aliquota minima globale sui profitti delle 100 multinazionali più grandi del mondo. Aliquota che dovrebbe collocarsi al 15%. In sostanza se un paese decide di tassare i profitti aziendali, ad esempio, al 7%, il paese di residenza della multinazionale (molto spesso gli Stati Uniti) può riscuotere il rimanente 8%. Un regime che renderebbe inutile il ricorso ai paradisi fiscali, come Bermuda o Isole Cayman, dove il prelievo è praticamente inesistente. I fautori dell’accordo sostengono che questa svolta interrompe la corsa al ribasso che ha causato, in tutto il mondo, una progressiva riduzione del prelievo sulle imprese, senza che questo abbia generato vantaggi per l’economia nel suo complesso. Sino a giungere a situazioni paradossali: 55 tra le più grandi aziende Usa tra cui Nike, Hp o Fedex, hanno pagato zero dollari di tasse nell’ultimo anno ma hanno anzi ricevuto 3 miliardi in forma di crediti di imposta.

È anche vero che dopo anni di infruttuose interlocuzioni si riesce a dare forma a un’intesa concreta. Ma è vero altresì che il 15% è un’aliquota bassa (gli Stati Uniti avevano proposto 21%), vicina a quella di paesi come l’Irlanda (12,5%) che sulla competizione fiscale a danno degli altri paesi hanno impostato un sistema economico. La corsa verso il basso verrebbe sostituita da una corsa verso il minimo. Meglio ma non risolutivo. Secondo le prime stime l’aliquota unica al 15% dovrebbe comunque garantire un gettito aggiuntivo di 240 miliardi di dollari a livello globale, fino a 70 miliardi nella zona euro e oltre 3 miliardi (2,7 miliardi di euro) per la sola Italia.

Competitività “al rialzo” e non più “al ribasso” – L’altro pilastro della riforma è il sistema che permette di condividere una parte del gettito tra tutti i paesi in cui una multinazionale opera. La parte che eccede il 10% di margine operativo, vale a dire la differenza tra i costi sostenuti per la produzione e i ricavi ottenuti dalle vendite, potrebbe, per una quota di “almeno il 20%”, essere tassata nel paese dove l’azienda realizza le vendite, con il suo normale prelievo sui profitti societari (in Italia al 24%). Questa possibilità scatta se l’azienda realizza in un paese ricavi per almeno un milione di euro l’anno, soglia che scende a 250mila euro nelle economie più piccole (Pil al di sotto dei 40 miliardi). Esempio: se la società estera X in Italia ha ricavi per 10 miliardi e costi per 8 miliardi con una differenza (il margine) di 2 miliardi ossia il 20% dei ricavi. Una quota del 20% parte eccedente il 10% (ossia 1 miliardo) del margine, e quindi 200 milioni, potrebbe essere tassata nel nostro paese con la nomale aliquota del 24% con nun gettito di 48 milioni.

Nel complesso, l’ambizione della riforma è quella di spostare il paradigma della competitività come ha recentemente spiegato la segretaria del Tesoro statunitense Janet Yellen, una dei principali artefici della “rivoluzione”. Da una corsa tra paesi “al ribasso” (meno tasse, meno diritti, meno regole, meno stipendi) ad una corsa verso l’alto in cui un paese diventa più attrattivo perché dotato di (forza lavoro più istruita, investimenti in scuola e infrastrutture, etc).

I punti deboli della riforma – Il diavolo però sta nei dettagli. Gli Stati Uniti chiedono ad esempio che, con l’entrata in vigore della riforma, realisticamente dal 2022, vengano eliminate le web tax che una trentina di paesi, tra cui anche Italia, Francia e Gran Bretagna, applicano oggi a colossi web come Facebook o Google. Secondo alcune simulazioni dallo scambio i colossi statunitensi potrebbero persino guadagnare, finendo per pagare meno tasse di quanto non facciano oggi. Londra ha poi ottenuto di esentare la City e quindi le banche internazionali che qui hanno sede, dal nuovo regime fiscale. Ancora…la soglia del 10% del margine operativo mette in salvo colossi come Amazon che hanno margini bassi a causa degli alti costi ma guadagnano miliardi grazie al gigantesco volume di vendite.

Nel complesso la bozza di riforma è favorevole agli Stati Uniti che cedono poca base imponibile agli altri paesi, salvaguardano i loro campioni nazionali del web e avvicinano la tassazione globale alla aliquota che l’amministrazione Biden vuole alzare dal 21 al 28%. L’Europa dal canto suo fa resistenza sull’ eliminazione delle web tax mentre spinge al ribasso il compromesso sull’aliquota unica, per assecondare le posizioni di stati membri come l’Irlanda. La formula ch esi sta delineando è sgradita anche a molti paesi poveri, che in partica vengono quasi del tutto esclusi dalla compartecipazione al gettito, anche se le multinazionali operano nei loro confini.

Il commissario agli Affari economici dell’Ue Paolo Gentiloni ha affermato oggi che “Deve finire questa corsa al paradiso fiscale o a cercare il paese dove si pagano meno tasse. Una corsa che ha consentito ai grandi colossi multinazionali di accumulare dei profitti incredibili che questo accordo finalmente conclude”. Tra queste multinazionali ci sono soprattutto i grandi colossi digitali statunitensi come spiega Gentiloni: “Sì, è la vecchia idea di tasse nel luogo in cui tu hai la tua fabbrica, la tua industria. Adesso si fanno profitti in tutto il mondo da parte di questi colossi del digitale ed è giusto che una parte dei profitti che loro fanno non vadano nel posto dove pagano meno tasse ma vada in Francia, in Italia, in Germania, in ciascuno dei paesi in cui hanno i loro clienti. Serve una tassazione adeguata al mondo di oggi. Tu hai un grande fatturato per esempio nell’ Unione Europea e non puoi decidere di pagare le tasse solo in un Paese perché sono molto basse oppure al di fuori dellUnione Europea”.

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