Centotrenta paesi Ocse su 139 hanno siglato oggi il piano per costringere le multinazionali a pagare un’aliquota minima globale di imposta sui profitti di almeno il 15%. Secondo le stime dell’organizzazione la nuova tassa genererà di un gettito aggiuntivo a livello globale di almeno 100 miliardi di dollari l’anno che, almeno in una certa misura, dovrebbero restare nei paesi in cui le multinazionali fanno affari e incassi. La presenza di un’aliquota unica globale mette fuori gioco i paradisi fiscali che, infatti, si sono opposti alla riforma. Bermuda (dove le multinazionali non pagano tasse sugli utili) ha affermato che quella della tassazione è una questione di sovranità nazionale. Tra i 9 paesi che non hanno firmato l’intesa Irlanda, Estonia ed Ungheria (oltre a Kenya, Nigeria, Sri Lanka, St Vincents e Grenadines). Tutte le nazioni del G20 hanno invece sottoscritto la riforma fortemente voluta dagli Stati Uniti che chiedono però in cambio l’eliminazione delle web tax nazionali. L’Ocse ha affermato che le regole dovrebbero essere messe in atto il prossimo anno e attuate nel 2023.

L’intesa nasce però con una grave debolezza. La City londinese, cuore dell’industria finanziaria britannica ed internazionale che già gode di regimi giuridici e fiscali privilegiati, godrebbe di uno status particolare. Le banche internazionali qui residenti schiverebbero così la nuova aliquota. In cambio Londra avrebbe però garantito agli Usa l’eliminazione della web tax applicata alle società statunitensi come Amazon o Google. Va detto che dalla Gran Bretagna dipendono nei fatti buona parte dei paradisi fiscali come isole Cayman, Bermuda o Isole Vergini, tutti ex domini della corona inglese che hanno conservato stretti legami con l’ex madre patria.

Comprensibile la soddisfazione di Washington. Un “importante passo in avanti verso un’economia più giusta”, ha affermato il presidente statunitense Joe Biden. – “Una giornata storica per la diplomazia economica” fa eco la segretaria al Tesoro americano, Janet Yellen, grande tessitrice dell’intesa. “Per decenni gli Stati Uniti hanno partecipato a una competizione internazionale sulle tasse, riducendo le loro imposte solo per vedere altri ridurle ancora di più. Il risultato è stata una corsa globale al ribasso”. “Dopo anni di trattative e di intenso lavoro questo pacchetto storico assicurerà che le multinazionali paghino la giusta quota di tasse ovunque” ha detto il segretario generale dell’Ocse, Mathis Cormann, sottolineando che l’intesa tiene conto dei “vari interessi” emersi intorno al tavolo, “Inclusi quelli delle economie più piccole” e di quelle in via di sviluppo. “E’ nell’interesse di tutti l’aver raggiunto un accordo”, mette in evidenza Cormann.

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