Se fosse andato tutto bene, senza lo zampino della pandemia, quest’anno sarei andato a visitare un’ultima volta da professore attivo le sedi accademiche e scientifiche che ho frequentato nel corso della mia lunga carriera. Un viaggio sentimentale simile a quanto fece, per ben due volte, un grande maestro, Vujica Yevjevich, a cui dobbiamo la nascita della moderna idrologia statistica nel secolo scorso. Un piccolo giro del mondo per incontrare colleghi e allievi. Alla vigilia del pensionamento la prima volta, subito dopo aver accompagnato George Bush Senior al summit di Rio; poco prima di lasciarci la seconda.

Poiché dal primo novembre andrò in pensione, avevo risparmiato e preparato con cura il mio percorso tra l’inverno del 2020 e l’autunno del 2021. Dopo il primo trimestre del 2020, la gravità della pandemia era palpabile, viaggiare sembrava un rebus anche nel 2021, proseguire i preparativi un puro azzardo. E sono rimasto a casa. Un webinar dopo l’altro – perché non c’è nulla di più semplice che organizzare eventi in remoto – non sono bastati a riempire il vuoto, semmai ad approfondirlo.

Nel frattempo, alcuni dei colleghi di riferimento sono mancati. Un paio di laboratori sono stati riconvertiti definitivamente. Non si capisce ancora la portata dei cambiamenti che la pandemia sta introducendo nel mondo accademico e scientifico. E ho la sensazione che saranno molti e profondi.

Da viaggio sentimentale, il mio proposito si è trasformato in illusione ottica, un miserevole miraggio senile. Un viaggio che non farò mai come lo avevo immaginato. E se mai lo farò, sarà un viaggio del tutto diverso, un nuovo viaggio di formazione, istruzione, scoperta. Ecco la prima cosa che ho imparato. È cosa buona e saggia fare piani per il futuro, ma nel bel mezzo di tutta la pianificazione, anche la più accurata e meticolosa, le nostre vite possono cambiare improvvisamente. E in modo affatto imprevedibile. Quindi è bene pianificare, ma ho realizzato che bisogna prepararsi ad affrontare l’imprevisto. La lezione fondamentale della pandemia.

Più di ogni altro disastro della storia recente, la pandemia ha dimostrato che la collettività ha bisogno di piani di risposta flessibili e scalabili. Non possiamo prevedere esattamente la traiettoria di un disastro di queste proporzioni, ma una ricca, ridondante scatola degli attrezzi può fornirci gli strumenti giusti per mitigarne l’impatto nel momento del bisogno.

Molti sistemi sanitari erano già precari prima della pandemia. Ciò ha contribuito a trasformare la pandemia in catastrofe. Come afferma Tom Frieden, già direttore del Global Health Policy Center e presidente di Resolve to Save Lives, “c’è bisogno di finanziamenti maggiori, ma soprattutto stabili, sicuri e prevedibili, per sviluppare programmi pubblici di prevenzione, monitoraggio e risposta alle epidemie”. Accettare un certo grado di ridondanza non deve più essere considerato un peccato capitale.

Nello stesso tempo, non si può prescindere dalla creatività, dall’imprenditorialità, dalla capacità di capovolgere pratiche consolidate per rispondere alle emergenze. Magazzini pieni di mascherine sarebbero stati preziosi, all’inizio della catastrofe; ma, da sole, le scorte non bastano. Nel libero mercato, le eccedenze di magazzino vengono di solito smaltite quanto più presto possibile. I governi dovrebbero perciò impegnarsi non tanto nell’accumulo di scorte, ma soprattutto nella promozione della capacità di riconvertirsi quando necessario.

Nel re-immaginare la nostra capacità produttiva, dobbiamo considerare con cura gli scenari tipici delle emergenze. Durante la pandemia, ci sono state distillerie di whisky che si sono fatte avanti per produrre disinfettanti per le mani. E case automobilistiche che si sono attrezzate per costruire ventilatori. La capacità di eseguire rapide riconversioni è uno strumento fondamentale che la nostra scatola degli attrezzi dovrà custodire per affrontare il futuro.

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