Leggero: quel cucchiaio è di una leggerezza assoluta. Per come si alza, per come finisce nella porta sguarnita. Insostenibile, pure, perché quella cavalcata capelli al vento, coi suoi rimpalli quasi fortuiti e il buco incredibile che si apre davanti è, in un misto di “buffezza” e grazia quasi insostenibile. Dusan Uhrin, mister slovacco della Repubblica Ceca, non sa manco chi è Milan Kundera e dopo la domanda di un giornalista chiede al traduttore se sia un mediano, in conferenza stampa.

È il 1996: il primo campionato europeo che imita i mondiali. Più partite, più squadre, le tv a darle tutte in diretta: più soldi. Si gioca in Inghilterra e i padroni di casa con Paul Gascoigne e il bomber Alan Shearer sono i favoriti, con la Francia di Zinedine Zidane e Youri Djorkaeff, la Germania di Berti Vogts e Oliver Bierhoff e l’Italia di Arrigo Sacchi, Gianfranco Zola e Gigi Casiraghi. Quanto alle cenerentole, delle 16 arrivate in Inghilterra le quote più alte dei “bookies” sono riservate alla Turchia di Fatih Therim, alla prima partecipazione a una manifestazione calcistica internazionale, e appunto, la Repubblica Ceca di Uhrin.

La squadra è giovane, ha elementi interessanti come Patrik Berger, considerato il maggior talento, che gioca nel Borussia Dortmund. Poi pochi altri elementi che giocano fuori dal campionato ceco, tutti in Bundesliga, all’epoca campionato molto modesto. In più i ragazzi di Uhrin sono capitati in un girone di ferro: con Germania, Italia e una Russia che seppur in fase calante ha calciatori del calibro di Mostovoi, Kanchelskis, Shalimov, esperti e talentuosi. La prima gara conferma i pronostici: Ziege e Moeller chiudono la pratica in mezz’ora, dando la vittoria alla Germania.

Forte dei tre punti presi col minimo sforzo contro la Russia, Sacchi pensa di utilizzare la seconda gara del girone gara coi ragazzi cechi per fare qualche esperimento: fuori gli attaccanti titolari, Casiraghi e Zola, dentro Chiesa e Ravanelli, fuori Del Piero, Di Livo e Di Matteo e dentro Fuser, Dino Baggio e Donadoni. E’ un errore: quei ragazzi corrono forte, si chiudono più forte ancora e non disdegnano calcioni e maniere forti. Qualcuno gioca anche parecchio bene: di Berger si sapeva anche se pare un po’ fumoso, a destra c’è un’ala dai capelli lunghi e biondi che usa entrambi i piedi e dribbla che è una bellezza, al centro un mediano moderno di quantità e qualità che sembra tarantolato.

Dopo 4 minuti saranno loro – Karel Poborsky e Pavel Nedved – a confezionare il gol del vantaggio ceco. Il primo rientra sul sinistro e dal vertice d’area fa partire un cross che taglia fuori tutta la difesa, il secondo si inserisce al centro come un treno e trafigge Peruzzi. La vinceranno i cechi quella partita: al pareggio di Chiesa replicherà Radek Bejbl in un gol quasi fotocopia del primo. Una stecca, cosa abbastanza classica per l’Italia ai gironi, si dirà: ma con gli azzurri che non riescono a battere la Germania nell’ultima gara, e i ragazzi di Uhrin che pareggiano 3 a 3 all’ultimo minuto con la Russia, l’Italia saluta l’Europeo, la Repubblica Ceca guadagna i quarti.

Beh sì, una qualificazione un po’ casuale passata per un gol al 90esimo e per i diversi limiti dell’Italia di Sacchi: talenti interessanti, da Smicer a Poborsky, ma ritenuti senza reali possibilità di andare avanti nella manifestazione.
Insomma, al Portogallo ai quarti tocca vincere: i talenti lusitani, a differenza di quelli cechi, sono calciatori già affermati e nell’elite del calcio, da Figo a Rui Costa, da Joao Pinto a Paulo Sousa.

La partita che vien fuori a Birmingham è di una noia mortale: non succede praticamente nulla finché Poborsky non prende palla dalla trequarti, vince un rimpallo contrastato da due portoghesi e si invola verso Vitor Baìa lasciato completamente scoperto dai difensori. L’ala ceca non cerca il tiro a giro, non cerca la potenza: scucchiaia in maniera dolce, non è uno scavetto il suo ma un accompagnare il pallone col piede fino a dieci-venti centimetri da terra, per poi lasciarlo andare in parabola. Vitor Baìa è immobile: il pallone finisce delicatissimo alle sue spalle con un gol beffardo e fantastico. Finisce uno a zero, con la palla pazza di quella sorta di dandy boemo che dice definitivamente che con Uhrin e la Repubblica Ceca non si scherza.

Né quei ragazzi vogliono mollare quello che è diventato un sogno, peraltro remunerativo: l’ingresso in semifinale con la Francia gli ha fruttato circa 100milioni di lire, per loro che ne guadagnano perlopiù 6 o 7 al mese, almeno quelli che giocano in patria, sono tanti. Rimpinguarli arrivando in finale è una bella prospettiva. Altro discorso vincere Euro ’96: quello non si misura coi soldi. I ragazzi di Uhrin si incollano a Zidane e Djorkaeff portando la semifinale al solito, estremo grado di bruttezza e a uno 0 a 0 che va oltre i supplementari. Ai rigori i cechi segnano tutti, per i francesi sbaglia Pedros e manda la nazionale che solo sei anni prima, a Italia ’90, si chiamava Cecoslovacchia dritta in finale, contro la Germania.

“Non commetteremo gli errori del girone”, assicura Uhrin. A Wembley è una partita completamente diversa, con i tedeschi che attaccano e i cechi che ripartono in velocità. Proprio una ripartenza nel secondo tempo lascia pensare che il sogno sia possibile: Sammer stende Berger lanciato a rete, forse fuori area. Lo stesso fantasista trasforma il rigore dell’uno a zero. Dopo venti minuti di sogni, la testa di Bierhoff coglie il pareggio. Una papera del portiere ceco Kouba ai supplementari su un sinistro tutt’altro che irresistibile dello stesso Bierhoff regala la vittoria alla Germania: è il primo golden gol della storia. Certo, da quella nazionale sarebbe uscito un pallone d’oro e calciatore immenso come Pavel Nedved, campioni come Patrick Berger e Vladimir Smicer… e un dandy, che tra cucchiai leggerissimi e gol pesanti come macigni ha scritto comunque il suo nome nella storia.

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