Fu una rivoluzione, mai nella storia è stata proclamata una repubblica mentre il re è sul trono. Il referendum del 2 giugno del 1946, atto di nascita della nostra Repubblica, fu un evento unico di autodeterminazione di un popolo, una scelta fondante dello Stato in senso progressista e un calcio alla dinastia dei Savoia, i regnanti che non avevano mosso un dito per combattere il fascismo.

Nel discorso pubblico questa consapevolezza si è persa ed è un peccato. La consultazione referendaria era stata preceduta dal voto amministrativo al quale per la prima volta partecipano le donne, un’altra rivoluzione-lampo – tristissima nota l’esclusione delle sole prostitute che esercitavano fuori dalle case chiuse, povere disgraziate, ma la restrizione venne abolita nel ‘47. Norberto Bobbio disse che “l’atto di gettare liberamente una scheda nell’urna, senza sguardi indiscreti, apparve una grande conquista civile che ci rendeva finalmente cittadini adulti”. Il filosofo torinese aveva allora trentasette anni e sentì in quel gesto l’aria di libertà e di futuro, una sensazione bellissima.

Il ricordo è riportato da Federico Fornaro nel suo originale 2 giugno 1946. Storia di un referendum (appena portato in libreria da Bollati Boringhieri), libro che scorre liscio liscio, non semplice per la saggistica, e che distrugge definitivamente la vulgata dei voti rubati. Sebbene falsa, infatti, ha retto nel tempo. Durante quella notte la situazione sembrava mettersi davvero molto male per i repubblicani e i primi voti usciti dal Viminale sembravano confermare questo pessimismo. Ci ricorda Fornaro che la mattina del 4 giugno il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi inviò una lettera al ministro della Real Casa Falcone Lucifero – spesso citata dalla propaganda del fronte reazionario secondo la quale solo uno squallido complotto fece la repubblica.

Scriveva De Gasperi: “Le invio i dati pervenuti al ministero dell’Interno fino alle otto di stamane. Come vedrà, si tratta di risultati assai parziali che non permettono alcuna conclusione. Il ministro Romita considera ancora possibile la vittoria repubblicana. Io personalmente non credo che si possa – sic stantibus rebus – giungere a tale conclusione“. Andò diversamente e i voti furono regolarissimi, il sud monarchico, il nord repubblicano e vittorioso: le forze reazionarie provarono invano a delegittimare quella grande prova democratica.

La Gran Bretagna, che insieme agli Stati Uniti decideva della vita italiana, non poté far molto per sostenere la monarchia, come avrebbe voluto Winston Churchill per controllare meglio una Italia di “seconda classe”, ostacolo all’egemonia britannica, in piena crisi, nel Mediterraneo: la sconfitta elettorale del leader conservatore (luglio ’45) creò confusione nella diplomazia della regina e una minore presa sull’Italia. Un vuoto prontamente occupato dagli Stati Uniti di Harry S. Truman.

Vince dunque la repubblica democratica ma… il capolavoro di De Gasperi, come, a ragione, lo definisce Fornaro, nascondeva insidie. Fu il leader democristiano a spendersi in prima persona per il referendum, riuscendo ad imporre il suo compromesso alle forze politiche dubbiose grazie all’aperto sostegno degli Stati Uniti: Dossetti, il fondatore dei Popolari, era contrarissimo, accusò De Gasperi di volere la vittoria dei monarchici, Pertini, Nenni, Togliatti puntavano sulla Costituente per ridefinire gli assetti dello Stato, e proprio per evitare una Assemblea dove le forze socialiste e comuniste potessero avere la meglio, De Gasperi forzò la mano.

L’assemblea sarebbe stata un palco troppo importante dove sarebbero state visibili tutte le fratture interne al fronte Democristiano. De Gasperi intuì che sarebbe andata in scena la profonda disomogeneità della Dc e la forza della destra dentro il partito cristiano, ottenendo il referendum rafforzò il ruolo e la percezione sia tra gli alleati sia nell’opinione pubblica moderata di una Democrazia cristiana unico baluardo contro possibili rivolte progressiste e lo sganciamento della influenza occidentale. Un capolavoro per la Dc, ma anche una sorta di “occultamento” di quelle profonde divisioni, e una “copertura” offerta a quel mondo autoritario, fascistoide o neofascista che proseguì la sua opera di erosione della democrazia anche in modo violento.

È dentro quello spazio politico composito, visceralmente antidemocratico, che si aprì la via alla strategia della tensione. È dentro quell’album di famiglia che scorgono i volti di coloro che hanno voluto le stragi, o le hanno tollerate.

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