Lo voglio dire subito: non mi piace come il Recovery plan intende affrontare la questione degli anziani, degli anziani non autosufficienti e delle persone disabili. In generale non mi piace che lo Stato davanti al diritto alla salute (art. 32 Costituzione) metta figli e figliastri. Davanti al bisogno di cure, trovo odioso ogni genere di diseguaglianze.

Nonostante l’Italia abbia un servizio sanitario nazionale pubblico e universale, siamo pieni di diseguaglianze di ogni tipo, disuguaglianze che con il Recovery plan (PNRR) rischiano di arricchirsi di una discriminazione in più: quella che riguarda soprattutto i soggetti sociali più deboli e indifesi cioè gli anziani.

Non trovo giusto che il governo proprio con il Recovery plan tratti gli anziani, perché anziani, in un modo e tratti gli altri cittadini in un altro modo. Non riesco ad accettare l’idea che il diritto alla tutela quindi la qualità dell’assistenza e delle cure dipenda non da un bisogno ma da una condizione sociale.

Soprattutto dopo una pandemia che, come tutti sanno, si è accanita proprio sui cittadini anziani.

Eppure a leggere bene il Pnrr, nelle sue varie parti, l’impressione che si ha è che gli anziani in quanto anziani non sono tutelati direttamente dallo Stato ma appaltati dallo Stato a soggetti sociali come il terzo settore o a soggetti economici come il privato. Un business di dimensioni pazzesche.

Si dirà “che importa, ciò che conta è che gli anziani siano comunque assistiti”. Non sono d’accordo.

Io credo che gli anziani abbiano gli stessi diritti alla tutela piena degli altri cittadini per cui anch’essi come cittadini hanno diritto all’assistenza pubblica. In base alla mia esperienza io so che in sanità il servizio, a seconda del tipo di gestione e della sua natura giuridica, cambia la tutela, cambia la sua qualità, cambiano le caratteristiche delle prestazioni, cambiano financo le possibilità di cura. So inoltre che il tipo di gestione in un servizio alla fine definisce la natura stessa del servizio, che la natura del servizio alla fine definisce le modalità operative e che le modalità operative definiscono le prassi.

Quindi le prassi di cura o di assistenza dipendono dal tipo di gestione che si ha. Un conto è lo Stato che assiste direttamente un anziano con una rete di servizi, un conto è il privato o il privato sociale che vende prestazioni attraverso un servizio. La questione della “gestione” e della sua natura giuridica quindi è politica.

La missione 5 del PNRR abbina esplicitamente l’assistenza all’anziano non autosufficiente e al disabile direttamente al terzo settore (M5C2). La missione 6 appalta l’intera assistenza domiciliare dell’anziano al terzo settore e al privato, prevede le “case di comunità” che secondo la concezione di welfare di comunità dovrebbero essere gestite dal terzo settore.

Forse è proprio l’idea di appaltare l’assistenza all’anziano al privato e al privato sociale che spiega questa assurdità del Recovery plan di dividere l’assistenza agli anziani e ai disabili in due missioni (5/6). A parte gli innegabili interessi in gioco non si capisce la ragione logica di separare l’assistenza all’anziano non autosufficiente e del disabile, dall’assistenza domiciliare, cioè di definire questi soggetti in due distinte categorie, una sociale e una sanitaria, prevedendo due ministeri diversi (salute e lavoro) con diverse competenze.

A mio parere separare la missione 5 dalla missione 6 significa:

– una pericolosa dicotomia tra sociale e sanitario;
– sancire due tutele separate destinate a danno degli anziani a non integrarsi mai;
– rendere impossibile l’idea di integrazione socio-sanitaria condizione fondamentale per assicurare agli anziani e ai disabili una accettabile tutela.

A Roberto Speranza, purtroppo, sembra che la pandemia non abbia insegnato un granché. Egli dimostra di ignorare che:

– i soggetti deboli come gli anziani proprio in ragione dei loro bisogni complessi vanno assistiti con approcci e interventi integrati;
– a domanda complessa si risponde con una offerta complessa;
l’integrazione è l’unico modo per organizzare la complessità;
– per garantire integrazione ci vuole più pubblico non meno.

Quando io affermo che appaltare la cura degli anziani a soggetti non pubblici non è giusto e che gli anziani hanno tutto il diritto di essere direttamente assistiti dallo Stato non è un discorso ideologico ma ha che fare con la qualità della tutela di cui ha diritto l’anziano o il disabile.

E’ inutile girarci intorno ma l’assistenza pubblica soprattutto per gli anziani per tante ragioni è migliore dell’assistenza privata e di quella delegata al terzo settore. Non si tratta di un pregiudizio ma è un dato di fatto (nel pubblico il lavoro è pagato meglio, non è precario, ha la possibilità di integrarsi in tanti modi, c’è una presa in carico vera, non ci sono tariffe standard da rispettare ecc).

Insomma per tante ragioni, che mi ricordano brutte cose del secolo scorso, non mi piace l’idea di uno Stato che dopo una pandemia assume il grado di abilità delle persone e non il loro grado di necessità, come un criterio di accesso o di esclusione alle pubbliche cure.

Sostieni ilfattoquotidiano.it:
portiamo avanti insieme le battaglie in cui crediamo!

Sostenere ilfattoquotidiano.it significa permetterci di continuare a pubblicare un giornale online ricco di notizie e approfondimenti.

Ma anche essere parte attiva di una comunità con idee, testimonianze e partecipazione. Sostienici ora.


Grazie Peter Gomez

Sostienici ora Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Ecco come la storia del mondo e quella del farmaco sono profondamente legate

next
Articolo Successivo

Sulla vicenda di Aurora Leone: ordinario sessismo, ma questa volta si indignano anche gli uomini

next