La Commissione europea come “stanza dell’eco” dell’industria farmaceutica. Un rapporto appena pubblicato da Corporate Europe Observatory (Ceo) fa luce sui retroscena della discussione sulla moratoria temporanea sui brevetti sui farmaci anti-Covid – proposta a ottobre da India e Sudafrica all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e appoggiata negli ultimi giorni – per quanto riguarda i vaccini – dall’amministrazione americana – e che è tema di discussioni al vertice informale Ue di Oporto. Finora la Commissione Ue di Ursula von der Leyen è apparsa prudente. La ragione – emerge dal rapporto – potrebbe essere nello stretto rapporto con Big Pharma, cementificato da decine di riunioni con rappresentanti dell’industria, spesso riservate e non controbilanciate da incontri con le associazioni per il diritto alle cure, che al contrario sono stati sistematicamente rifiutati dall’esecutivo europeo.

Il Ceo – che da anni monitora il comportamento delle lobby dell’industria nei confronti di Bruxelles – ha indagato sugli incontri tenuti dai cinque commissari europei con competenza su farmaci e vaccini e dai loro stretti collaboratori, durante l’emergenza pandemica. Le riunioni finite sotto la lente dell’organizzazione sono state quelle cui hanno partecipato la presidente von der Leyen e i commissari alla Salute Stella Kyriakides, al Commercio Valdis Dombrovskis, ai Partenariati internazionali Jutta Urpilainen e al Mercato interno Thierry Breton. Dal rapporto emerge che i commissari hanno parlato quasi esclusivamente con i lobbisti di Big Pharma – in 117 riunioni – e rappresentanti delle aziende – 44 incontri – mentre le voci delle associazioni come Medici Senza Frontiere (Msf) – che fin dall’inizio ha spinto per una moratoria sui brevetti con l’obiettivo di una produzione massiva di farmaci – non sono state mai ascoltate direttamente. “Nonostante i 20 anni di esperienza e il supporto fornito in diversi Stati europei durante la pandemia, il presidente di Msf international Christos Christou si è visto stato annullare l’incontro con la commissaria alla salute Kyriakides mentre la richiesta rivolta al titolare del commercio Dombrovskis non ha mai avuto risposta”, evidenzia il Ceo. Stesso trattamento è stato riservato ad altre ong come Global Health Advocates. Chi ha invece beneficiato di 12 incontri con la Commissione, compresi due con von der Leyen è la fondazione Bill e Melinda Gates del magnate americano che si è sempre schierato – anche in una recente intervista – contro la condivisione della proprietà intellettuale sui farmaci e vaccini.

L’indagine denuncia mancanza di trasparenza sull’attività del commissario al Commercio Dombrovskis e del suo gabinetto: “Sorprendentemente il calendario ufficiale di Dombrovskis non indica un solo incontro con i rappresentanti dell’industria farmaceutica – sottolinea – mentre una lunga lista di appuntamenti è emersa solo grazie a richieste formali di accesso agli atti”. Tra gli incontri scoperti dal Ceo c’è anche una riunione con l’Efpia (European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations) che nel 2020 ha incrementato la spesa per l’attività di lobby, raggiungendo i 5,5 milioni di euro usati per far pressione nei confronti di Bruxelles. Il messaggio veicolato è: “Ogni cosa è in buone mani, l’industria farà sì che il vaccino raggiunga chiunque ne abbia bisogno e non c’è alcun bisogno di misure straordinarie”, quali la moratoria sui vaccini e farmaci anti Covid 19.

Tra gli incontri tra i rappresentanti della Commissione e l’Efpia svelati dal Ceo, molti sono dedicati proprio al rafforzamento deli brevetti: “Nel mezzo della pandemia spesso i funzionari hanno partecipato a riunioni finalizzate a discutere come rafforzare la proprietà intellettuale in accordi commerciali bilaterali con Paesi come Canada, Australia, Nuova Zelanda, Indonesia e Cile”. Più recentemente l’Efpia ha fatto pressione proprio perché la Commissione rifiutasse la proposta fatta da India e Sudafrica davanti alla Wto. Un documento reso pubblico dal Ceo descrive la moratoria come “una proposta estrema per un problema non identificato”. “Dunque – commentano gli autori della ricerca – il fatto che solo tre di 54 paesi africani siano stati in grado di inoculare il vaccino solo all’1% della loro popolazione è un problema non identificato?” Secondo uno studio l’industria farmaceutica indiana – specializzata in generici – sarebbe in grado di produrre 2,4 milioni di dosi di vaccino ogni anno, ma al momento solo una fabbrica, il Serum Institute, attraverso un accordo con Astra Zeneca, ha avuto l’autorizzazione di Big Pharma a produrre una quantità limitata dosi: al massimo un milione all’anno.

Infine il Ceo mette in dubbio l’affermazione dell’Efpia – ripetuta ieri in Italia da un comunicato di Farmindustria – che la proprietà intellettuale ha favorito l’investimento in farmaci e vaccini anti Covid 19, sottolineando come finora le sei principali aziende produttrici di vaccini contro il coronavirus hanno beneficiato di un contributo pubblico di circa 1,5 miliardi di euro. “Non è possibile stabilire quale percentuale dell’investimento in vaccini è stato coperto da fondi statali proprio per la mancanza di trasparenza su questo aspetto – afferma – tuttavia lo studio più recente ha mostrato come il 97% del vaccino Astra Zeneca sia stato finanziato dagli Stati”.

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