Le partite di calcio sono noiose. La maggior parte lo sono. Il motivo è semplice: la media delle reti segnate oscilla tra 2,5 e 3 per gara. Significa che l’evento che rappresenta la ragione fondamentale e l’obiettivo ultimo del gioco, il gol, si verifica se va bene ogni mezz’ora. Milioni di tifosi, allo stadio o davanti alla tv, restano in spasmodica attesa di questo evento, accettando anche il rischio che l’aspettativa venga tradita. Mezz’ora per un attimo di gioia (o di tristezza), poi di nuovo attesa e sofferenza.

È la bellezza del calcio, che come la vita è fatto di grandi fatiche e pochi attimi di autentica felicità. Vale per i 90 minuti di una partita, vale in generale per la storia di una squadra. I tifosi sopportano anni di purgatorio solo sognando un futuro roseo, attendono intere stagioni di poter giocare la gara del riscatto. Il gol è epico perché raro, le grandi partite sono epiche perché rare. È per questo che sono contrario all’idea che sta alla base della Superlega: un big match dopo l’altro, senza soluzione di continuità, senza nemmeno il gusto di essersi meritati questo privilegio o la paura di poterlo perdere.

Non discuto le ragioni economiche di questa scelta: da troppi anni il calcio è un business enorme che però ha bisogno di svecchiarsi per sopravvivere. I grandi club sono aziende private che hanno la legittima ambizione di rendere più appetibile e più redditizio il loro prodotto. Uefa e Fifa, che ora si ergono a paladini della passione dei tifosi, sono semplicemente sempre meno credibili. Non ci sono buoni in questa storia. Nemmeno la Serie A, il pallone italiano che da anni promette di rivoluzionarsi per poi rimanere immobile. È normale che chi tiene in piedi questo sistema, i grandi club, si sia stufato e ora voglia gestire soldi e potere a modo suo. Se il pallone restasse fermo rischierebbe davvero l’estinzione.

La formula scelta per rivoluzionare il calcio però non è quella giusta. E il denaro o le favole del Davide che batte Golia c’entrano poco. Basta prendere ad esempio l’attuale Serie A per capirlo: i tifosi della Juventus, attualmente quarta, tiferanno e soffriranno probabilmente fino all’ultima giornata per sperare nella qualificazione in Champions. I rossoneri, dopo anni di delusioni, godono per un secondo posto che significherebbe tornare a giocare in Europa, su quei campi che hanno reso grande il Milan. L’interista spera che questo campionato sia il preludio a un definitivo ritorno nel calcio che conta. Tutti parlano dei poveri tifosi delle squadre “piccole“, che con la Superlega cestinerebbero definitivamente il sogno di emulare l’Atalanta. Ma sono anche i tifosi delle grandi squadre che rischiano di perdere tutte le emozioni più forti.

La Serie A non conterebbe più nulla, se non per la lotta al primo posto. La Superlega riempirebbe i mercoledì di super-sfide, a cui man mano saremmo assuefatti. La mia visione tragica è la seguente: a gennaio 2025 l’Inter (sì, tifo Inter) è fuori dalla Superlega ed è quinta in Serie A, staccata di 20 punti dalla vetta. Io per cosa soffro da gennaio fino a maggio? La mia squadra non deve più lottare per niente, non ha bisogno di un gol di Vecino al 90esimo per tornare in Champions. Preferirei aspettare marzo e cominciare a seguire i motori, le classiche del ciclismo, i play-off di pallavolo o basket. E poi, se capita, mi guarderai le semifinali e la finale di Superlega. E l’anno dopo ricomincerei a guardare Inter-Barcellona, alla loro settima sfida in tre anni.

Mentre a casa mia conservo ancora il mio pass per l’ingresso in tribuna stampa, da giovanissimo giornalista di Passioneinter.com, del 15 settembre 2016: Inter 0, Hapoel Beer Sheva 2. Il punto più basso, un ricordo che mi farà gioire di più quando arriveranno le vittorie. Se all’articolo 1 dello Statuto della Superlega ci sarà la ricerca dello spettacolo, il calcio invece è sofferenza. Anche noia. Poi felicità. E la sofferente attesa del gol che fa girare i soldi, non lo spettacolo.

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