La vittoria di Pirro di Mediaset su Vivendi complica la vita della famiglia Berlusconi. Il tribunale di Milano ha condannato il socio francese a versare nelle casse del Biscione 1,7 milioni per il dietrofront del socio francese dalla compravendita della pay-tv Premium nel 2016. Ma ha respinto la richiesta di risarcimento da 3 miliardi di euro avanzata da Mediaset e dalla sua controllante Fininvest per la violazione dei patti parasociali e per la concorrenza sleale seguite allo scontro su Premium. E ha così spuntato un’arma importante per la famiglia Berlusconi nella trattativa stragiudiziale con i francesi.

Per il tribunale di Milano, Vivendi non poteva esercitare il diritto di recesso su Premium o rifiutare la stipulazione del contratto definitivo di scambio azionario. Tuttavia non ha arrecato alcun danno d’immagine al Biscione, “accreditando nell’opinione pubblica l’idea che l’accordo dell’8 aprile 2016 non fosse conclusivo e non assicurasse il buon esito dell’operazione e che l’abbandono da parte sua dell’affare sarebbe derivato dalla scoperta di essere stata raggirata” come si legge nella sentenza. Detta in altri termini, per i giudici milanesi della quindicesima sezione civile la scalata, che nel dicembre 2016 ha portato Vivendi a detenere poco meno del 30% di Mediaset, è legittima. Anche alla luce della sentenza della Corte europea di Giustizia del 3 settembre 2020 che ha accolto il ricorso di Vivendi contro la disposizione dell’Autorità di vigilanza sui media e sulle telecomunicazioni (Agcom) sulla base della legge Gasparri che ha di fatto limitato l’esercizio dei diritti di voto dei francesi nelle assemblee Mediaset.

La sentenza segna insomma un punto a favore dei francesi nella battaglia per la conquista di Mediaset che in Borsa vale circa 3 miliardi contro i 34 miliardi di Vivendi. A questo punto infatti, essendo fuori gioco la legge Gasparri sul divieto di possesso congiunto di quote importanti di società media e telecom, il gruppo francese dovrebbe finalmente poter esercitare pienamente i suoi diritti nell’assemblea Mediaset. Può quindi far pesare l’intero pacchetto azionario (29%), finora parzialmente (per il 19 per cento) congelato nella Simon fiduciaria proprio per effetto del diktat di Agcom messo in discussione dalla Corte europea. Tutto questo salvo nuovi interventi dell’Agcom sulla basa della Salva-Mediaset la norma che a Natale ha attribuito all’autorità nuovi poteri di vigilanza sul pluralismo informativo consentendo l’apertura di una nuova istruttoria sul caso Vivendi-Mediaset.

Lo scontro che fino ad oggi ha tenuto banco nelle aule di tribunale potrebbe quindi ben presto trasferirsi nell’assemblea dei soci. E arrivare finalmente alle battute finali. Su questo almeno scommettono gli investitori: in sei mesi, nonostante il fallimento del progetto paneuropeo Media For Europe, le azioni Mediaset hanno guadagnato quasi il 50 per cento. Per questo il Biscione ha fatto sapere che farà ricorso e che il consiglio proporrà alla prossima assemblea il riacquisto di azioni proprie fino al massimo del 20 per cento. E’ una mossa di arrocco visto che che la società ha già in portafoglio il 3,56% del capitale e Fininvest, che attualmente ha il 44,2% del capitale, potrebbe aumentare la sua quota oltre il 55% dei diritti di voto. Con l’unico problema che bisognerà strappare il via libera della maggioranza dei piccoli soci presenti in assemblea.

La partita è ad una fase decisiva. Con il governo che osserva con estremo interesse la trattativa e con l’Agcom in allerta: l’eventuale fine delle tensioni nei rapporti fra Mediaset e Vivendi potrebbe poi anche portare in dote anche benefici per la strategia del governo nella banda ultralarga. Finora Bolloré, socio di peso in Telecom, ha considerato la partecipazione nell’ex monopolista come una sorta di moneta di scambio politico nei rapporti con il governo italiano fortemente interessato allo sviluppo della connettività veloce nel Paese. Se si dovesse risolvere il braccio di ferro fra Mediaset e Vivendi, potrebbe quindi anche avere vita più facile il dossier Telecom con la possibilità di portare avanti velocemente il progetto della rete unica attraverso le nozze fra il network di Telecom e quello della rivale Open Fiber, controllata da cassa Depositi e Prestiti e dall’Enel.

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