A volte arriva. Ci mette tempo, compie giri tortuosi, rischiando di perdersi o di esser bloccata. Ma alla fine, a volte, la giustizia arriva. Magari parziale, zoppa, ma arriva.

È del 13 aprile la notizia che un tribunale militare burkinabè processerà l’ex presidente Blaise Compaoré per l’assassinio del suo predecessore, Thomas Sankara, il “Che Guevara africano”. Il caso è stato deferito al tribunale militare di Ouagadougou dopo la conferma delle accuse contro Compaoré e altri tredici imputati, trentaquattro anni dopo la morte del “padre” della rivoluzione burkinabé.

Compaoré è accusato di attacco alla sicurezza dello Stato, complicità in omicidio e complicità in occultamento di cadavere. Tra gli accusati, anche il generale Gilbert Diendéré, che durante il colpo di Stato del 1987 che costò la vita a Sankara era uno dei principali capi dell’esercito e che divenne poi capo di Stato maggiore con la presidenza Compaoré. Se Diendéré sta già scontando una condanna a vent’anni di prigione per il tentato colpo di Stato del 2015, Blaise Compaoré si trova invece in esilio in Costa d’Avorio da quando, nel 2014, fu costretto a lasciare il potere, dopo giorni di oceaniche manifestazioni di piazza contro il suo tentativo di modificare la Costituzione per estendere il suo dominio.

Ovviamente è presto per cantare vittoria, non c’è nemmeno ancora una data per il processo, ma questo è uno di quei casi in cui già arrivare a un dibattimento è un successo: è stato impensabile per ventisette anni. Gli anni della presidenza di Compaoré, braccio destro di Sankara durante la sua rivoluzionaria presidenza, che prese parte attiva nel golpe che portò alla morte di Sankara, ne prese il posto e “normalizzò” in breve tempo l’anomalia burkinabé. Cercò in tutti i modi di cancellare la memoria e l’eredità del suo predecessore. Senza riuscirci.

Erano bastati quattro anni al “Che africano” per imprimere nelle coscienze dei burkinabé e degli africani tutti la consapevolezza che se si vuole, si può. Si può cambiare, si può dire dei no, si può parlare con parresia, si può produrre in loco, si può garantire istruzione gratuita, si può combattere la corruzione, si può vivere – anche da presidente – in una casetta umile, si può viaggiare in seconda classe… si può sognare di lasciare ai propri figli un mondo migliore.

Un sogno miseramente infranto dalla meschinità di un compagno di viaggio rivelatosi un traditore. E un venduto: dietro Compaoré, l’ombra di interessi occidentali, francesi e statunitensi. Il modello Sankara era sovversivo, faceva paura.

Lo raccontava bene Silvestro Montanaro in una delle puntate del suo C’era una volta: nel 2013 andò in Burkina Faso e Liberia, incontrò le persone coinvolte direttamente nell’uccisione di Sankara e ne trasse il documentario “E quel giorno uccisero la felicità”.

Con il suo linguaggio un pochino ridondante, Montanaro era però riuscito a costruire un quadro netto delle complicità occidentali dietro l’assassinio dell’uomo che aveva osato opporsi al predominio della finanza occidentale in Africa, che aveva osato invitare tutti i paesi a ribellarsi al pagamento del debito, da lui ritenuto non solo ingiusto, ma addirittura uno strumento diabolico neocoloniale per strozzare i neoindipendenti paesi del continente, in cerca di identità e indipendenza dopo secoli di sfruttamento. Secondo i testimoni diretti di quel giorno, incontrati da Montanaro, sarebbe stato Compaoré in persona a sparare a Sankara.

Ora, a distanza di 34 anni, Compaoré andrà a processo. E speriamo che durante il dibattimento non ci si fermi alle sue già gravissime responsabilità, ma si risalga tutta la catena di comando, fino ai mandanti occulti. Lo si deve a Sankara. Al suo popolo. All’Africa tutta, che ha perso un grande leader e lo slancio a rialzare la testa. E lo si auspica anche come monito per tutti: verità e giustizia, prima o poi, arrivano.

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