Chi l’anno scorso aveva ricevuto i ristori del governo Conte stavolta ha preso meno soldi. Chi era rimasto escluso perché il suo codice Ateco non era tra quelli indennizzati per le chiusure anti contagio sta incassando finalmente qualcosa, ma ha poco da festeggiare. Perché il bonifico arrivato grazie al decreto Sostegni si ferma, in media, intorno al 2% del fatturato perso nell’anno del lockdown. “L’Agenzia delle Entrate è stata molto veloce, il versamento è arrivato in meno di 15 giorni. Ma sono poco più di 20mila euro a fronte di oltre 1 milione di ricavi in meno rispetto al 2019″, racconta per esempio Emanuele Silvestri, numero uno della Contest di Modena, piccola impresa che fino al marzo 2020 si occupava di allestimenti per i congressi medici ed è praticamente ferma da allora. In attesa delle riaperture, esercenti e imprese stanno toccando con mano il primo e finora unico aiuto del 2021, atteso per mesi a causa della crisi di governo e dei successivi ritardi. La valutazione unanime è che l’intervento è largamente insufficiente.

Che la prima tornata di contributi a fondo perduto del governo Draghi sarebbe stata meno generosa di quelle dell’anno scorso era inevitabile visti i numeri: 11 miliardi totali da spartire però tra circa 3 milioni di partite Iva, contro le 2,4 milioni del 2020. In più i contributi sono commisurati alla perdita media mensile nell’intero anno e non nel solo mese di aprile, che per molte categorie è stato il peggiore. Morale: “Il meccanismo di calcolo è più complicato e le cifre sono più basse rispetto a quelle del decreto Rilancio e dei Ristori”, riassume Matteo De Lise, presidente dell’Unione nazionale giovani commercialisti. “L’erogazione è stata rapida ma alcuni settori, se non si riapre, con questi aiuti non possono reggere a lungo“. Non resta che sperare nel secondo giro di sostegni, che dovrebbe essere più generoso (si parla di ristori commisurati alle perdite di due mesi) e soprattutto intervenire sui costi fissi, dagli affitti alla Tari, a cui le attività devono far fronte nonostante le chiusure. Nel frattempo però molte attività, secondo le associazioni di categoria, hanno superato il punto di non ritorno.

Il ristoratore: “Mi ero illuso, sugli aiuti una retromarcia” – Alessandro, che in Puglia gestisce un ristoratore e stavolta non riceverà nulla – nel 2019 era stato chiuso per alcuni mesi e dunque non raggiunge il requisito del 30% di calo del fatturato 2020 – parla di “retromarcia, altro che il cambio di passo promesso. L‘intervento di Draghi sul Financial Times mi aveva illuso. Invece non c’è l’indicazione di una data per le riaperture e non ci sono aiuti per sostenere i costi fissi come l’affitto. Lo scorso anno erano arrivati soldi veri, per questo non c’era la rivolta sociale che iniziamo a vedere ora“. Come calcolato dal fattoquotidiano.it, un ristorante che abbia visto il fatturato calare del 60% dai 500mila dell’anno prima ha diritto ora a 10mila euro, poco più del 3% dei 300mila persi.

I fornitori: “Contributi per l’1,6% delle perdite. E i clienti non pagano” – Ancora meno prendono grossisti e distributori che riforniscono ristoranti, bar e hotel di prodotti alimentari e bevande, esclusi dai precedenti ristori: trattandosi di aziende con ricavi generalmente superiori ai 5 milioni, la quota di contributo per loro è più bassa. “La media è l’1,6% delle perdite 2020, quando abbiamo buttato molta merce ordinata prima della pandemia e molti clienti che di solito pagano a 90 giorni non hanno potuto saldare”, spiega Dino Di Marino, direttore generale di Italgrob che rappresenta il comparto. Non solo: “250 associati su 3.800, che rappresentano però il 49% del giro d’affari complessivo e hanno i costi fissi più elevati, continuano a non aver diritto a nulla perché superano il tetto dei 10 milioni di fatturato 2019. Altri non rientrano perché hanno perso un po’ meno del 30%“. Intanto i piccoli esercizi a gestione famigliare, di nuovo chiusi a singhiozzo da ottobre, continuano ad avere difficoltà a pagare i debiti. Che per queste aziende potrebbero trasformarsi in perdite a bilancio. Altrettanto travolte dall’effetto domino creato dalle restrizioni per hotel e ristoranti sono state le lavanderie industriali: Assosistema calcola un calo di attività del 60% nel 2020 e punte di -95% tra dicembre e marzo 2021 e i sostegni si sono rivelati “altamente discriminatori”, perché favoriscono le imprese che esternalizzano gran parte dei processi e dunque hanno costi di gestione più bassi. Chi fa tutto internamente ha ricevuto circa il 2,5% della perdita del 2020.

Per i negozi di abbigliamento margini azzerati e magazzini pieni – Problemi diversi ma situazione difficile per i negozi di abbigliamento, che lamentano di essere praticamente le uniche attività commerciali a dover rimanere chiuse nelle zone rosse e hanno risentito molto di smart working e diminuzione delle occasioni di incontro. “Gli indennizzi sono il 2-3% della perdita subìta, parametro comunque penalizzante: si riferisce a tutto l’anno e non solo ai 10 mesi di pandemia e non tiene conto del fatto che, una volta riaperto, abbiamo cercato di tamponare il calo di fatturato con le svendite. Cosa che ha azzerato i margini“, racconta Massimo Torti, segretario generale di Federmoda Italia-Confcommercio. “Per questo molti non arrivano al 30% di riduzione dei ricavi nel 2020 ma sono comunque a un punto di non ritorno. Oltre a un aiuto per i costi fissi serve un credito di imposta sulle merci in magazzino, perché acquistando con 10 mesi di anticipo rispetto a quando i prodotti vanno in vetrina ci ritroviamo pieni di rimanenze invendute che si deprezzano rapidamente”. Mentre l’e-commerce prospera, secondo Confcommercio 20mila negozi di moda, calzature e accessori su 110mila rischiano la chiusura, con relative ripercussioni sui 50mila addetti.

“Alla ripresa due terzi degli allestitori di fiere non ci saranno più” – Per il settore degli allestimenti fieristici le previsioni sono ancora peggiori: “Per noi non c’è alcuna prospettiva di ripartenza fino al prossimo autunno. E a quel punto due terzi delle imprese non ci saranno più”, è il pronostico di Emanuele Silvestri, che guida la Contest e siede nel consiglio dell’associazione di categoria Asal Assoallestimenti. La sua azienda è ancora in piedi nonostante un crollo del fatturato dell’80% solo perché “a inizio 2020 era molto sana. Ho bruciato il patrimonio ma non ho dovuto fare debiti“. Prima del contributo legato al decreto Sostegni aveva ricevuto solo 4.900 euro grazie a un bando del Mibac di cui ora il settore attende la seconda tranche, che si preannuncia più corposa. Ma per molti arriverà troppo tardi.

I professionisti chiedono il raddoppio (e l’indennità se si contagiano) – Anche le piccole partite Iva, molte delle quali erano state a loro volta “dimenticate” dai precedenti ristori, chiedono di fare di più: “In audizione abbiamo proposto che chi l’anno scorso non ha avuto il fondo perduto per colpa del codice Ateco riceva un importo doppio”, ricorda Emiliana Alessandrucci, presidente del Colap. “In più servono i contributi figurativi per i lavoratori autonomi che quest’anno avranno l’esonero. E la copertura della malattia per quelli che si ammalano di Covid: ancora oggi noi iscritti alla gestione separata Inps abbiamo l’indennità solo in caso di lunga degenza. Chi sta male e non può lavorare da casa non prende nulla”.

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