Il 25 marzo era stata colpita nel mar Arabico una nave israeliana e i sospetti erano caduti sull’Iran. Teheran aveva preso le distanze dalle accuse ma i conflitti tra i due Paesi tornano in primo piano dopo che una nave iraniana, all’alba di ieri, è stata colpita da un’esplosione nel mar Rosso, forse da mine magnetiche israeliane, proprio mentre a Vienna stavano ripartendo i cruciali colloqui per il possibile ritorno degli Stati Uniti all’accordo sul nucleare del 2015. L’ultimo sospetto scontro a distanza tra la Repubblica islamica e lo Stato ebraico si consuma in uno dei momenti chiave per il futuro degli equilibri mediorientali, con l’amministrazione di Joe Biden che si dice pronta a tendere la mano a Teheran, riducendo le sanzioni.

Dopo diverse ricostruzioni circolate su media locali e internazionali, è stato il ministero degli Esteri iraniano a confermare con una nota che una sua “nave commerciale”, la Saviz, è rimasta “leggermente danneggiata nel mar Rosso, nei pressi della costa di Gibuti“, a seguito di “un’esplosione” non meglio precisata, che non ha causato feriti.

Le autorità di Teheran non sembrano intenzionate a cavalcare le tensioni e si limitano a confermare l’apertura di un’inchiesta, senza accusare ufficialmente Israele. Che però, secondo il New York Times, avrebbe rivendicato l’azione presso l’amministrazione Usa, descrivendola come una rappresaglia per precedenti attacchi simili dell’Iran alle sue navi nel Golfo Persico.

Il mistero aleggia anche sull’effettivo impiego della Saviz, che la Repubblica islamica definisce come un mezzo di supporto logistico e tecnico per altri mercantili. Fonti israeliane la descrivono invece come una nave utilizzata dalle Guardie rivoluzionarie: una circostanza confermata dalla stessa agenzia iraniana Tasnim, vicina ai Pasdaran, secondo cui servirebbe come scorta in un’area a rischio pirateria.

L’episodio è diventato di dominio pubblico mentre da Teheran e Washington si susseguono messaggi di apertura e soddisfazione per i colloqui indiretti avviati ieri a Vienna attraverso gli altri partner dell’intesa nucleare, definiti “costruttivi” da entrambe le parti. “Un nuovo capitolo è stato aperto per il rilancio dell’accordo”, ha scandito oggi il presidente iraniano Hassan Rohani, mentre continuano anche le pressioni interne dell’ala ultraconservatrice, ostile a ogni concessione agli americani.

Se il governo di Teheran ribadisce di poter tornare immediatamente al pieno rispetto dei suoi impegni sul nucleare, nel momento in cui venisse tolto l’embargo, la sua Agenzia per l’energia atomica ha fatto sapere oggi che in tre mesi è riuscita a produrre 55 chili di uranio arricchito al 20% – ben oltre il limite del 3,67% dell’accordo -, quasi il doppio di quanto previsto finora.

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