Forse non è sempre vero che “gli eroi son tutti giovani e belli”, ma quando Luigi Lusenti si è messo a sfogliare le fotografie delle migliaia di ragazzi di tutta Europa che nel 1991 hanno sfilato per le strade di Sarajevo, sorridenti, tenendosi per mano, cantando e sognando una pace che arrivò, quasi finta, solo dopo troppe morti e infinita sofferenza, è proprio questo ciò che ha pensato. E poi, un attimo dopo, è comparsa l’angoscia. Chissà quanti di quei ragazzi vivono ancora. Chissà quanti sono stati costretti ad andare in guerra, a fare qualcosa che non volevano. Chissà quanti, invece, magari l’hanno voluto.

Luigi Lusenti nel 1991 era dirigente dell’Arci nazionale e, alcuni mesi dopo lo scoppio del conflitto nella ex Jugoslavia, insieme ad alcune organizzazioni pacifiste, con il patrocinio del Parlamento Europeo, partecipò alla Carovana dei cittadini per incontrare la società civile dei Balcani. Dal 23 al 29 settembre la Carovana percorse migliaia di chilometri, incontrando centinaia di persone, in Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia, fino ad arrivare a Sarajevo. “Migliaia di ragazzi si trovarono a Sarajevo il 29 settembre 1991. Una domenica di caldo sole, con la città in festa per l’arrivo dei pacifisti. Sei mesi dopo Sarajevo e la Bosnia sarebbero stati travolti e trascinati in un vortice di violenza e di morte che pareva non dovesse avere mai fine”. Sono passati trent’anni da allora. Un “allora” che ancora l’Europa fatica a capire, accettare, far suo. “Riguardando quelle foto sono emerse tante emozioni, non necessariamente in accordo tra di loro, anzi”. Ce le dice, Lusenti. E mentre lo fa, sentiamo i ricordi farsi rumorosi tra le sue parole. Speranza, delusione, frammentazione. “Siamo partiti per quell’esperienza molto convinti di alcune cose. La tolleranza, il pacifismo, l’antirazzismo. E poco alla volta queste convinzioni si sono infrante. Anche noi siamo rimasti vittime di quella guerra. Tanti volontari e giornalisti sono morti, e la cosa che più ci ha colpito è stato vedere ridursi a brandelli ciò in cui credevamo”.

A distanza di 30 anni, però, per tanti che quell’incredibile esperienza hanno contribuito a crearla, dando vita a una catena umana nel cuore di Sarajevo e intessendo una gigantesca rete di solidarietà verso i popoli dell’ex-Jugoslavia, è arrivato il momento di tirare qualche somma. Anzi, di tracciare dei fili immaginari che uniscano quel passato così pieno di speranze e dolore a questo presente così alienante. Per questo Arci Lombardia e il Comitato Sarajevo ’91, con il sostegno del Comune di Milano, hanno creato il progetto Life After per “ritrovare i protagonisti di quell’evento e ridare loro voce in un presente diverso ma che rimane segnato dal dramma individuale e collettivo di quegli anni, ma anche sviluppare un nuovo impulso al quotidiano impegno civile per la Pace”.

Lunedì 29 marzo, alle 18.30, sarà presentato il progetto. Rigorosamente online (dalla pagina https://www.facebook.com/lifeafterSarajevo91) dopo il saluto di Luca Gibillini, del gabinetto del Sindaco di Milano e di Sergio Meazzi, assessore alla Cultura Municipio 6, saranno virtualmente presenti Luigi Lusenti del Comitato Sarajevo ‘91, Massimo Cortesi presidente di ARCI Lombardia, Laura Radaelli di Coop Lombardia. Parleranno Sonja Licht e Ibrahim Spaich, tra gli organizzatori della Carovana nei Balcani, e alle 20 ci sarà anche un concerto di Gaetano Liguori, presente anche quel 29 settembre di 30 anni fa. L’evento durerà, sempre in streaming, fino a venerdì 2 aprile. Cinque giorni di ricordi, testimonianze, parole e musiche. Per capire quello che ancora sfugge, per provare a riportare a oggi quello che trent’anni fa ha spinto migliaia di persone a trovarsi in quello che al tempo era il cuore ferito dell’Europa.

“Il ricordo della Carovana è indissolubilmente legato a un prima e un dopo. Ero dirigente del movimento pacifista e quel momento si mischia con il ricordo fortissimo della catena umana del capodanno ‘89 a Gerusalemme”. Chiara Ingrao, all’epoca portavoce dell’Associazione per la pace, era presente a Sarajevo. Era presente a Gerusalemme. Era presente nelle piazze italiane ed era presente nel momento in cui in Europa nasceva l’idea di costruire una pace dal basso “per non stare nella logica dei governi, ma dalla parte dei popoli che subivano i conflitti”. Anche per lei gli eventi dei prossimi giorni saranno un momento per tornare agli eventi di trent’anni fa, riguardandoli con la coscienza di oggi. Martedì 31, sempre dalle 18.30, ci saranno alcune testimonianze sulla Carovana e sulla guerra nella ex Jugoslavia, con un inquadramento storico a cura dell’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa. A seguire la presentazione della mostra fotografica sulla guerra, con Gin Angri e Lusenti. Mercoledì 31 marzo sarà il momento per parlare delle iniziative di solidarietà nate a seguito della Carovana, tra cui il racconto di Est/Ovest, Adotta la Pace e Telefonski Most. “Quella fu un’esperienza che nessuno avrebbe mai pensato di fare nella vita”, ricorda Lusenti. “Un ponte radio che ha permesso a 60.000 persone della ex-Yugoslavia di collegarsi con parenti e amici dall’altro lato del fronte, una provocazione nata a Milano, durata 5 anni e costata 400 milioni”.

Proprio Milano sarà protagonista giovedì 1 aprile, con alcune riflessioni sulla solidarietà nei giorni nostri, tra migrazioni, fragilità e pandemia, affidate a Roberto Escobar, Maso Notarianni e Tommaso Santagostino. La chiusura di questa cinque giorni sarà affidata alla musica. Dalle 21, sempre sulla pagina Facebook di Life After, ci sarà il concerto del Life After Trio Alice Marini-Riccardo Maccabruni-Guido Tronconi, che per l’occasione suoneranno Sevdah and Balkan folk music. “Quel 29 settembre di 30 anni fa i ragazzi suonavano per strada le canzoni di Joan Baez, cantavano Imagine, ridevano. Noi – conclude Lusenti – proviamo a ritrovarli, a ricostruire oggi le loro storie per capire la nostra”.

Foto di Gin Angri

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