Famiglie rom nelle case popolari di Roma. Nella memoria collettiva la frase rievoca gli scontri di Casal Bruciato quando nel maggio 2019 l’ingresso in un alloggio Erp da parte di una famiglia proveniente dal campo rom La Barbuta provocò prima le proteste di Casapound e poi le violenze che spostarono la vicenda, con tutto il suo carico emotivo, sul piano nazionale. Si comprese in quell’occasione come nella Capitale l’assioma “rom in casa popolare” altro non è che l’innesco di una bomba pronta a deflagrare nelle periferie della città.

Dalla Primavera di due anni fa ad oggi il mondo non è più lo stesso, e questo non solo per la crisi pandemica che ci sta investendo. I fatti si susseguono e talvolta sono gli stessi a cambiare, spesso inconsapevolmente, percezioni e idee. E così oggi a Roma, malgrado la vicenda di Casal Bruciato, il travaso di famiglie dai campi rom alle case popolari è una realtà diventata ineludibile, un dato acquisito che non scatena più le violenze osservate a via Satta. Sono due gli eventi che hanno cambiato il corso delle cose.

Il primo è riconducibile alla scelta dell’amministrazione leghista di Ferrara che, nel settembre 2019, dovendo sgomberare lo storico campo rom di via delle Bonifiche, ha requisito appartamenti dell’Ater per trasferire tre famiglie. Comprendendo la portata di quell’evento corsi ad incontrare l’assessore alle politiche sociali della città estense per approfondire la questione. L’assessore Cristina Coletti mise le mani avanti, spiegandomi che non si era fatto altro che applicare un regolamento regionale che consente ad alcune amministrazioni italiane di individuare case popolari da escludere dalle graduatorie per destinarle a soggetti in condizione di particolare vulnerabilità. “Non si tratta di corsie preferenziali – si affrettò a spiegare – bensì di mera applicazione di una legge che interviene in casi di sgomberi forzati”.

Il secondo evento, consequenziale al primo, è stato la manifestazione organizzata la scorsa estate in Campidoglio da un centinaio di rom sotto sgombero che in quell’occasione hanno candidamente suggerito di trasferire nella Capitale il “modello Ferrara”. “Vuoi sgomberarci – hanno chiesto alla sindaca le famiglie dell’area F di Castel Romano – allora fai come la giunta leghista di Ferrara: inseriscici in casa popolare”.

Il 31 agosto 2019 su queste pagine scrissi un post dal titolo: “Il ‘partito della ruspa’ supera il modello dei campi nomadi. Perché Roma non ci riesce?” nel quale, sostenendo la ragione delle famiglie di Castel Romano, concludevo: “Perché non fare come il ‘partito della ruspa’ e sistemare le famiglie di Castel Romano in case popolari? La legge lo consente e nessuno, dentro e fuori Palazzo Senatorio, sarebbe in condizione di obiettare”.

La proposta sembra essere stata accolta. Lo scorso febbraio la sindaca Virginia Raggi ha firmato l’ordinanza n.25 con la quale ha disposto lo sgombero dell’area F di Castel Romano; nelle settimane seguenti le assistenti sociali si sono preoccupate di incontrare le famiglie per valutare soluzioni condivise; da alcuni giorni i primi nuclei stanno entrando nelle case popolari sottratte dalle assegnazioni, così come previsto dalla normativa della Regione Lazio. Sulle 62 persone residenti nell’area F di Castel Romano un terzo ha già fatto il suo ingresso in case popolari e altri ne sono in attesa. Nel silenzio di un’amministrazione e di una città che, scontrandosi da 25 anni con fallimentari “politiche speciali”, hanno finalmente compreso che chi vive in una baraccopoli ha gli stessi diritti di qualsiasi altro cittadino. Senza necessità di “percorsi speciali”.

Ormai l’onda si è alzata e nessuno potrà fermarla. Il tramonto della stagione dei campi rom sta diventando una realtà. Con buona pace di quanti, dipendenti comunali e volontari di associazioni, si ritrovano ancorati ai vecchi e costosi modelli dettati da un assurdo Piano rom e un Ufficio Speciale Rom che non trova più la sua ragion d’essere.

Quello della vicenda dell’area F di Castel Romano è un fatto straordinario soprattutto per il precedente che crea. A Roma da oggi in poi ogni minaccia di sgombero dovrà scontrarsi con una legittima domanda: “Perché non fare come la giunta leghista di Ferrara o come la Raggi con i rom di Castel Romano? La legge lo consente”. Come sempre, a Roma, la questione rom resta la cartina di tornasole, nel bene e nel male, di quanto ci attende nel futuro.

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