A Matera non si può più abortire. Dalla fine dello scorso anno, l’unico medico non obiettore presente presso il consultorio della Azienda Sanitaria locale di Matera (Asm, fusione di due Asl del territorio) non è più disponibile. Per questo motivo, alle donne che si rivolgono alla struttura per vedere riconosciuto un diritto, viene detto di spostarsi nella provincia di Potenza, anche solo per l’aborto farmacologico, ossia con assunzione della pillola RU-486.

Come specifica il Collettivodonnematera – da cui è partita la denuncia per questa situazione – non si tratta qui di decidere moralmente se l’aborto è giusto o sbagliato, quella rimane una presa di posizione personale. Si tratta di vedere riconosciuto un diritto previsto dalla legge 194 del 1978 e di fare in modo che ogni donna possa ricevere assistenza e accompagnamento sul proprio territorio. Questa dovrebbe essere una garanzia, tra l’altro prevista dalla legge stessa. In effetti, la 194 non sancisce semplicemente il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, ma si impegna (a livello statale e locale) per promuovere e sviluppare i servizi socio-sanitari legati alla pianificazione familiare e quindi anche all’Ivg.

Due violazioni della legge in un colpo solo, dunque, commenta Alessia Araneo, coordinatrice della sezione lucana della Consulta di Bioetica Onlus, aggiungendo anche che l’autodeterminazione per ciò che riguarda l’aborto non può essere intesa ancora come una “gentile concessione”. Io credo che si faccia fatica a comprendere che vedere riconosciuto un diritto non dovrebbe essere una cosa così complicata. Abortire non è un favore che si fa a chi ha commesso un “errore” e quindi adesso è giusto che si arrangi alla disperata ricerca di un consultorio utile, di una pillola, di personale sanitario che possa spiegare, accogliere, indicare. No, questa dovrebbe essere la parte semplice, scontata, di routine.

Senza contare che il tutto si amplifica a causa della pandemia, poiché le donne – a volte anche minorenni – sono costrette a spostarsi in altra provincia e seguire l’iter ospedaliero, a causa di un malfunzionamento del sistema. Per chi può permetterselo, è faticoso ma risolvibile; purtroppo, però, il fantasma doloroso dell’aborto fai-da-te è sempre dietro l’angolo, e si insinua proprio nelle città di piccola e media grandezza, dove l’elenco delle alternative finisce al rigo uno.

È assurdo pensare che la città Capitale Europea della Cultura del 2019, una volta spenti i riflettori, non si sia più preoccupata dei diritti delle donne, che pure sono colonna portante degli ideali comunitari. Proprio di recente, dopo le proteste in Polonia per la stretta sul diritto all’aborto, il Parlamento Europeo ha dichiarato che leggi restrittive su questo tema violano i diritti umani delle donne. Dirci europei, allora, è una questione anche di responsabilità nei confronti dei traguardi raggiunti, non possiamo perderli per strada. Come al solito – perché ahimé l’accesso all’Ivg è un problema ben più grosso della sola provincia materana – sembra invece che una cultura dei diritti e delle libertà debba ancora scontrarsi con la cultura (e la politica) vecchio stampo, quella che si porta dietro retaggi di giudizio o forse, peggio ancora, di totale indifferenza per i problemi cui le donne devono far fronte.

Che la donna è titolare delle scelte sul proprio corpo lo diciamo da molto prima dell’approvazione della 194. Ma avere una legge non basta, se nei fatti non è applicata. E come può esserlo se in alcune province c’è un singolo medico non obiettore che pratica le Ivg? L’obiezione di coscienza era stata prevista all’epoca per un motivo molto semplice: chi era diventato ginecologo/a prima che l’aborto fosse legale, poteva scegliere di rifiutarsi, poiché in effetti era una pratica non prevista fino a quel momento. Ma oggi che senso ha? Chiunque si avvii al percorso di specializzazione è perfettamente consapevole che chi lo richiede ha diritto ad abortire. Se questo rappresenta un problema per la morale del singolo, si può sempre scegliere un altro settore medico o, come dice pure un proverbio, darsi all’ippica. Quando mai sui diritti è legittimo fare compromessi?

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