In Polonia le proteste di piazza non si sono mai fermate da quando, il 22 ottobre scorso, il Tribunale costituzionale ha emesso una sentenza che riduce ulteriormente l’accesso all’aborto legale nel paese che, insieme a Malta, ha la legge sull’aborto più restrittiva d’Europa. La sentenza è entrata in vigore il 27 gennaio e la sera stessa la popolazione si è riversata nelle strade di 51 città polacche. Una nuova mobilitazione nazionale è stata lanciata per venerdì 29 gennaio, a 100 giorni dall’inizio delle proteste. La formulazione della sentenza rifiuta il benessere della donna come motivo valido per l’interruzione della gravidanza anche in caso di patologie fetali gravi e incompatibili con la vita e apre la strada a potenziali ulteriori divieti di aborto in caso di stupro e incesto. I medici che forniscono assistenza alle donne rischiano 3 anni di prigione. “L’annuncio è il risultato del deliberato smantellamento dello stato di diritto in Polonia”, si legge in una nota stampa della IPPF, Federazione internazionale per la pianificazione familiare. “Il presidente e tre dei giudici del Tribunale costituzionale sono stati nominati illegalmente e politicamente per dirigere le decisioni di questo organo cruciale. La Polonia si trova in un limbo giuridico. L’annuncio non può essere considerato un atto legale”. E solleva il tema delle responsabilità dell’Unione europea: “Il popolo polacco ha bisogno che l’Ue aiuti a sostenere lo stato di diritto e la democrazia nel suo paese”.

LA REPRESSIONE DELLA POLIZIA – “La brutalità della polizia è stata continua durante le proteste della Women’s Strike, con arresti e detenzioni: tra il 22 ottobre e il 22 dicembre abbiamo contato 115 persone detenute, di cui 69 trattenute durante la notte nelle stazioni di polizia e successivamente incriminate, 39 sono state lasciate andare il giorno del loro arresto, ma accusate in anticipo, e 7 rilasciate senza alcuna accusa”, racconta a ilfattoquotidiano.it Eliza Rutynowska, che fa parte del gruppo di avvocate/i pro-bono che supporta la Women’s Strike. A denunciare la violenza della polizia contro le manifestazioni pacifiche sono anche organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani come Amnesty international, IPPF e Civicus.

Marta Lempart, ideatrice della Women’s Strike nel 2016 e tra le più impegnate del movimento dichiara a ilfattoquotidiano.it che “sono circa duecento le denunce alla settimana da parte della polizia. Ma, quando vanno di fronte alla corte, le persone vengono scagionate. Il governo sta cercando di cambiare la legge, per far sì che le multe siano somministrate più velocemente dalla polizia, senza passare dal tribunale. Significa che siamo forti, che il governo è sulla difensiva e noi all’attacco. Penso che possiamo gestire le cose grazie al fatto che c’è molta gente arrabbiata”, dice. La stampa allineata con il governo lavora di continuo per gettare discredito sulle militanti più in vista. “Mi vorrebbero morta”, commenta Lempart. Attualmente il portale di Stato TPVInfo ha preso di mira Klementyna Suchanow, rilanciando le accuse di violenza sessuale che una presunta attivista LGBT le avrebbe rivolto. Nonostante la macchina del fango, oggi il 75% delle persone in Polonia conosce la Women’s Strike, soprattutto grazie alla stampa indipendente, spiega Lempart.

IN POLONIA LA LOTTA PER L’ABORTO È DIVENTATA IL SIMBOLO DELLA LIBERTÀ – Anche prima che la sentenza entrasse in vigore, l’accesso all’aborto legale si era già ulteriormente ristretto. “Ci sono stati casi di intimidazione su donne e attiviste/i, chiamate a testimoniare alla polizia. Di solito non vengono punite, ma è comunque stressante per le interessate e aggiunge stigmatizzazione intorno all’aborto. L’assistenza all’aborto è un atto criminale secondo la legge polacca”, dichiara Urszula Grycuk, di Federa (Federation for Women and Family Planning). “Subito dopo la sentenza gli ospedali avevano smesso di praticare anche gli aborti consentiti dalla legge, cioè quelli per malformazioni fetali gravi, ma adesso hanno ripreso. Considerando che, stando al sito di Federa, “nel 2018 solo il 10% degli ospedali ha fornito l’aborto, anche quello previsto legalmente. Intere regioni sono sprovviste di un ospedale che offra il servizio, l’obiezione di coscienza è abusata e spesso utilizzata illegalmente dall’intera istituzione”.

Si calcola che oltre 120mila donne cerchino di andare all’estero ogni anno per aggirare le restrizioni. Su internet le attiviste e le organizzazioni pro-choice hanno realizzato servizi informativi e di supporto, inclusa la linea telefonica +48 22 29 22 597, e inviano il “kit” per l’aborto domiciliare con misoprostolo e mifepristone alle donne che vivono in paesi dove l’aborto non è legalizzato.

Il regime socialista aveva legalizzato contraccezione e aborto. Dopo il suo crollo l’aborto era tornato illegale ma accessibile per chi aveva denaro sufficiente per pagare il servizio privato. Il governo di Jaroslaw Kaczynski ha cambiato le carte in tavola. “Nel 2016 il governo ha reso di nuovo obbligatoria la prescrizione per la contraccezione di emergenza, contro le raccomandazioni dell’Agenzia europea del farmaco. Nello stesso anno la proposta di legge delle organizzazioni ultracattoliche che avrebbe mandato le donne in prigione ha scatenato la protesta, con grandi manifestazioni promosse dalla Women’s strike e appoggiate dall’opinione pubblica. Persino la Chiesa polacca si è dissociata. Nel 2018 le stesse fondazioni cattoliche hanno fatto una nuova proposta di legge popolare per eliminare l’eccezione basata sulla malformazione, che riguarda il 98% degli aborti legali, proprio l’eccezione che è stata eliminata”, riepiloga Irene Donadio, di IPPF European Network. La sentenza entrata in vigore ieri dichiara incostituzionale la disposizione della legge anti-aborto del 1993, che consentiva l’aborto in caso di danno grave e irreversibile del feto o di una malattia incurabile che ne minaccia la vita.

“Le donne e la popolazione polacca, favorevole al diritto all’aborto, si opponevano alle politiche restrittive attraverso una resistenza individuale piuttosto che attraverso uno sforzo collettivo pubblico”, spiega Joanna Mishtal, antropologa della University of Central Florida. “La situazione è cambiata da quando i tentativi di limitare l’aborto si stanno intensificando. Il partito Legge e Giustizia, che sostiene l’agenda della Chiesa cattolica, è la ragione principale del relativo successo di questi tentativi. Ma questa volta ci sono proteste di massa su una scala più grande di quanto si sia mai visto prima”.

L’agenda della Women’s Strike e delle migliaia di persone che ne fanno parte non comprende solo l’aborto, spiega Marta Lempart, ma anche “diritti riproduttivi in generale, violenza domestica, situazione economica e lavoro domestico non retribuito, Stato laico, libertà dei media ed elezioni libere, libertà del sistema giudiziario, diritti per le persone LGBT, diritti delle persone con disabilità e diritto ad avere un reddito dignitoso, anche l’ambiente e il cambiamento climatico. Ma qui, nella vecchia cattolica Polonia, la lotta per aborto è diventata il simbolo della libertà”.

COME FUNZIONA LA WOMEN’S STRIKE OGÓLNOPOLSKI STRAJK KOBIET – L’opposizione popolare al PiS è stata innescata dalla Women’s strike / Ogólnopolski Strajk Kobiet, che da 2016, anno di inizio della protesta, è quasi quadruplicata. La Women’s strike è un’organizzazione reticolare e fluida, fornisce supporto nella comunicazione, materiali grafici di qualità, parole comuni per gli eventi, call for action, aiuto legale e psicologico, aiuto nella raccolta fondi. Lo spiega a ilfattoquotidiano.it Marta Lempart, tra le più impegnate del movimento: “Nel primo National Women’s Strike erano circa 200 le città coinvolte, oggi sono circa 600. Noi facciamo da coordinamento e supporto, ma sono le persone ad organizzarsi localmente, perché solo chi vive in un posto conosce i modi migliori per protestare lì. Facciamo riunioni su zoom in cui sono coinvolte fino a 450 persone in cui comunichiamo quello che succede e facciamo delle proposte, ma sappiamo che le persone faranno solo ciò che a loro piacerà di fare”.

E il rapporto con i partiti di opposizione? “Collaboriamo fin dall’inizio con chiunque voglia partecipare alla lotta, anche i politici. La cooperazione è a livello locale, non ci sono accordi ufficiali. Non ci interessano i programmi ma le azioni. L’arrabbiatura che abbiamo sollevato nelle persone sta funzionando e il governo ha paura, questo varrà per qualsiasi governo”, prosegue Lempart. “Stiamo lavorando ad una legge di iniziativa popolare. I parlamentari di Lewica, Federation for Women and Family Planning, Women Strike, Abortion Dream Team e altre organizzazioni hanno creato il Comitato per la Civic Legislative Initiative “Legal Abortion – No Compromise“. Chiediamo le stesse cose previste dalla organizzazione mondiale della sanità. La pandemia ci impedisce di raccogliere le firme perciò non sappiamo quando potremo procedere con questa proposta di legge”.

L’agenda della Women’s Strike e delle migliaia di persone che ne fanno parte non comprende solo l’aborto, spiega Marta Lempart, ma anche “diritti riproduttivi in generale, violenza domestica, situazione economica e lavoro domestico non retribuito, Stato laico, libertà dei media ed elezioni libere, libertà del sistema giudiziario, diritti per le persone LGBT, diritti delle persone con disabilità e diritto ad avere un reddito dignitoso, anche l’ambiente e il cambiamento climatico. Ma qui, nella vecchia cattolica Polonia, la lotta per aborto è diventata il simbolo della libertà“.

Hanno collaborato Aneta e Kamila Derszynska

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