La scena si ripete sempre nello stesso, identico, modo. L’espressione sulla faccia dei presenti si trasforma all’improvviso. Dall’attesa più curiosa alla stordita incredulità. Tutto in una frazione di secondo. Prima di lasciare spazio allo smarrimento. Perché le presentazioni dei loghi e delle mascotte delle competizioni sportive sono momenti piuttosto complessi, cerimonie che partono con grandi aspettative e si concludono con una diffusa perplessità. Colpa anche della portata della sfida, dove il design è chiamato a tenere insieme richiami alla cultura del Paese ospitante e al tipo di manifestazione che andrà in scena. Il rischio di tratteggiare emblemi e pupazzetti deludenti è decisamente alto. Un flop annunciato che sembra essersi ripetuto anche nelle ultime settimane. Durante il Festival di Sanremo, infatti, sono stati presentati due loghi per le Olimpiadi invernali di Milano e Cortina del 2026, entrambi usciti dalla matita dello studio britannico WPP. E nessuno dei due assomiglia a un inno all’originalità. Uno si chiama “Dado” e non è niente di più di un parallelepipedo con le facce riempite dal classico fiocco di neve e dal 26 in verde e rosso, a richiamare la nostra bandiera. “Futura”, invece, è una stilizzazione nel numero 26 che dovrebbe ricordare un’impronta lasciata sulla neve. Sul sito della Fondazione Milano Cortina 2026 è in corso il ballottaggio che porterà alla scelta del logo ufficiale della manifestazione. Eppure in pochi sembrano aver apprezzato lo sforzo dei disegnatori. Anche perché non c’è elemento più banale del fiocco di neve per raccontare visivamente i Giochi invernali. L’idea è che ci si potesse sforzare di più. Un’obiezione ciclica, che nel corso degli anni si è applicata a quasi tutti gli emblemi olimpici. Così abbiamo scelto i cinque loghi e le cinque mascotte di Olimpiadi e Mondiali che più hanno fatto discutere. O che sono stati considerati semplicemente brutti. Molto brutti.

Gauchito, Argentina 1978
Più stereotipo che mascotte, è stato un simbolo dal successo limitato e dalla genesi controversa. Gauchito, infatti, non è niente più di un ragazzino che indossa il kit dell’Albiceleste, con un fazzoletto giallo al collo e un frustino in mano. Completa l’opera un cappello tradizionale con la scritta Argentina ’78. Non esattamente il massimo della fantasia. Anche perché in molti hanno notato la somiglianza con Juanito, la mascotte di Messico 1970. Un’opera da copia incolla che, però, ha conosciuto una seconda giovinezza grazie a una serie di teorie e di complotti veri o presunti. Leggenda vuole che a disegnare il logo sia stato Carlos Vargas. Solo che il lavoro che aveva spedito allo studio grafico di Buenos Aires non era stato firmato. Un problema che Nestor Cordoba avrebbe risolto apponendo il proprio nome all’opera. Altra curiosità: nelle gigantografie e nelle sue versioni a pupazzetto Gauchito indossa scarpe Puma. Un dettaglio non da poco, vista anche la battaglia fratricida che l’azienda di abbigliamento sportivo stava combattendo con Adidas per guadagnare visibilità.

Naranjito, Spagna 1982
L’idea alla base è notevole. Perché María Dolores Salto e José María Martín Pacheco, i due pubblicitari che hanno disegnato la mascotte, volevano a tutti i costi evitare di rappresentare la Spagna tramite tori e tamburelli. Serviva un’alternativa. L’idea si trasforma in lampadina sulla testa di Pacheco in un pomeriggio come tanti a Siviglia. “Ho visto le arance e mi sono detto: Perché no?”, ha raccontato il grafico ad AS. Il risultato è un frutto antropomorfo vestito con il completino della Spagna e il pallone in mano. Non il massimo. Ma il rammarico di Pacheco non riguarda la versione finale del disegno. “Diedero un milione di pesetas a me e all’agenzia – ha detto – poi la Federazione ha venduto i diritti per quasi un miliardo e mezzo di pesetas”. Naranjito è stato anche il protagonista di un cartone animato in 26 episodi che raccontava le sue imprese. Il cast stellare comprendeva anche la sua fidanzata Clementina, un limone chiamato Citronio e il robot Imarch.

Pique, Messico 1986
Altro che sforzi per evitare banalità. Pique, la mascotte di Messico ’86, sembra frutto di una gestazione piuttosto rapida. I disegnatori si sono limitati a combinare insieme tre stereotipi sul Messico: il peperoncino, i baffoni e il sombrero. Con l’aggiunta di un completo da calcio e un pallone. Il gioco è fatto. Piqué sarà il simbolo molto trascurabile di un Mondiale indimenticabile.

Ciao, Italia 1990
Una mascotte diversa da tutte le altre. E per questo destinata a dividere. Ciao non ammette mezze misure. O sia ama o si odia. E gli appassionati si dividono in parti più o meno uguali. Il suo ideatore, Lucio Boscardin (qui trovate l’intervista in cui ha raccontato a ilfattoquotidiano.it la genesi della mascotte), voleva a tutti i costi evitare il solito pupazzetto con tanto di maglietta e calzoncini. L’ispirazione gli è arrivata mentre era in macchina, fermo a un semaforo. Pininfarina, nel presentarlo, ha definito Ciao come una “mascotte moderna, stilizzata e astratta”. Gigi Riva, invece, ha usato parole più pesanti. Dopo la presentazione al Quirinale, infatti, Rombo di tuono si è avvicinato a Boscardin e gli ha detto: “Ma cos’è che hai disegnato? Non mi piace per niente”. Ciao, un atleta stilizzato bianco, rosso e verde con un pallone al posto della testa, è stato però rivalutato nel corso degli anni. ESPN, infatti, l’ha incoronato miglior mascotte della storia dei Mondiali.

Giochi Olimpici di Barcellona, 1992
Vincere perdendo. È stato questo il destino di Josep Maria Trias, il disegnatore che ha dato vita al logo ufficiale dei Giochi del 1992. Tutto parte nel 1983, quando il Comitato olimpico spagnolo lancia un concorso per l’emblema della manifestazione. Trias arriva secondo, ma poi quando Barcellona ottiene le Olimpiadi, si procede a un nuovo concorso. “Ci hanno chiesto di essere mediterranei, aperti, di evitare i localismi, di dare un contributo creativo e progettuale”, ha ricordato il designer al Pais. Trias decide di mettere al centro del disegno un atleta, per dare all’essere umano “tutto il valore del simbolo”. Per la costruzione del logo, disegnato prima in bianco e nero, sono stati sufficienti tre tratti: testa, braccia e gambe. “Il mio team mi ha detto che sembrava stesse ballando o saltando – ha ricordato – ho risposto che ne valeva la pena in entrambi i casi”. Un disegno pulito che, però, non farà breccia.

Footix, Francia 1998
Una gara durata mesi e che ha coinvolto addirittura 6 studi creativi. La richiesta dei committenti era chiara: bisognava dar vita a una mascotte capace di rappresentare la Coppa del Mondo e i suoi valori: “Universalità, condivisione, emozione”. Ma non finisce qui. Perché il personaggio doveva avere una “personalità chiara e distintiva, doveva essere forte ma anche amichevole, in modo da affascinare grandi e piccini”. Qualcosa però deve essere andato storto, visto che il risultato è stato Footix, un galletto dal piumaggio blu come la maglietta della Francia e con un mano un pallone. A complicare la situazione ci pensa un nome macedonia che è un omaggio ad Asterix e Obelix. Ma non finisce qui. Perché Footix si è addirittura riprodotto. Sua figlia Ettie, infatti, è stata la mascotte dei Mondiali femminili del 2019.

Giochi Olimpici di Londra, 2012
Difficile trovare un emblema olimpico capace di creare più divisioni. L’idea dei disegnatori è stata chiara: niente disegni. L’obiettivo era quello di creare un brand che rappresentasse la città prima ancora dei Giochi olimpici. Così si è deciso di puntare tutto sul lettering, estremizzando la composizione della data 2012 in modo da creare un senso di movimento e di far intravedere le iniziali della City. Il logo è costato circa 600 mila euro ed è stato vilipeso in tanti modi diversi. Qualcuno anche incredibilmente fantasioso. Molti hanno detto che assomigliava a una svastica rotta. Altri a uno scarabocchio. I meno delicati l’hanno addirittura paragonata a una scimmia alla toilette. Niente, però, in confronto ad altre due polemiche. L’Epilepsy Action, un’associazione che difendeva gli interessi dei malati di epilessia nel Regno Unito, ha definito lo spot del lancio del logo come “estremamente pericoloso” perché capace di generare attacchi epilettici. Il Comitato olimpico iraniano, invece, ha minacciato di boicottare i Giochi inglesi. Il motivo? Il logo sembrava la stilizzazione della parola Zion, troppo simile a Sion, ossia Israele. “Non possiamo accettarlo – ha scritto in una nota – consideriamo quella scritta offensiva e potremmo non partecipare ai Giochi”. Un vero fiasco.

Giochi Olimpici di Rio, 2016
Un altro logo divisivo. Perché l’emblema olimpico di Rio 2016 è stato esalato dalla critica e un po’ meno dal pubblico. Il disegno tridimensionale è uscito dalla matita dell’agenzia brasiliana Tatil ed è stato frutto di un lunghissimo percorso. Lo studio, infatti, ha voluto coinvolgere nel processo creativo tutti i componenti delle sue due sedi. Sono venuti fuori circa 50 disegni di prova prima di scegliere il logo definitivo. Ne è venuto fuori un disegno che teneva insieme 12 simboli di Rio de Janeiro. Tutto ruota intorno a tre sagome che si tengono per mano e che danno la sensazione di movimento e, contemporaneamente, formano il simbolo dell’infinito. E ancora: l’intreccio delle braccia compone la scritta Rio, oltre a ricordare la sinuosità dei monti che cingono Rio, in particolare il Corcovado. Un’idea bella ma complessa. Forse anche troppo.

Giochi Olimpici di Tokio, 2020 (primo logo)
Un’accusa di plagio che ha fatto discutere. E stavolta non si tratta di qualche canzonetta da Sanremo. Un mese dopo la presentazione del logo ufficiale, infatti, il Comitato olimpico di Tokyo 2020 ha deciso di ritirarlo. La lettera T, che rappresentava le parole Tokyo, Tomorrow e Team, ricordava troppo da vicino l’emblema del Theatre de Liege creato due anni prima. Una coincidenza piuttosto imbarazzante che non è stata lenita dall’aggiunta dei colori, visto che quello belga è in bianco e nero. Così, per evitare una causa legale e una diffida, il Comitato ha deciso di adottare un logo diverso.

Giochi Olimpici di Parigi, 2024
Il volto delle Olimpiadi, nel vero senso della parola. L’agenzia Royalties-Ecobranding ha messo a punto un logo particolare per dei Giochi particolari. Parigi 2024 sarà lezione della parità di genere, con i 10mila atleti partecipanti che verrà diviso perfettamente fra 5mila uomini e 5 mila donne. Proprio per questo l’agenzia di design incaricata ha pensato di creare un emblema a tre livelli: il disco d’oro che rappresenta la medaglia e la fiamma olimpica al suo interno si combinano in modo da creare il volto di Marianne, figura allegorica della Repubblica Francese. L’effetto, però, non è piaciuto a tutti. Anzi, qualcuno ha definito il logo addirittura “sessista”, visto che il volto femminile con i capelli a caschetto e le labbra pronunciate aveva un effetto fin troppo “sensuale”. I più moderati, invece, l’hanno paragonato all’insegna di un’estetista o a un marchio per cosmetici.

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