I migranti erano costretti a lavorare anche sotto la pioggia. In condizioni disumane e di pericolo, raccoglievano le arance per 50 centesimi a cassetta. Dieci, a volte dodici, ore di lavoro al giorno venivano pagate 20-25 euro. C’è l’ombra della ‘ndrangheta dietro gli episodi di caporalato scoperti con l’inchiesta “Rasoterra” che stamattina ha portato all’arresto di nove persone con l’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro in concorso e trasferimento fraudolento di valori in concorso. Il principale indagato, infatti, è Filippo Raso, 52 anni e ritenuto vicino alle cosche Piromalli e Molé.

Secondo la procura di Palmi che ha coordinato le indagini della squadra mobile di Reggio Calabria e del commissariato di Gioia Tauro, era proprio Filippo Raso il dominus del sistema, un meccanismo collaudato che sfruttava i migranti che vivevano nella baraccopoli di San Ferdinando. Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro e trasferimento fraudolento di valori. Sono i reati contestati dai pm agli indagati. Assieme a Raso, in carcere sono finiti due caporali africani: il senegalese Ibrahim Ngom detto “Rasta” e Kader Karfo detto “Cafù” della Costa d’Avorio. Il primo aveva il compito di reclutare i braccianti nella zona industriale a ridosso del porto di Gioia Tauro, mentre il secondo si occupava del pagamento delle giornate di lavoro e di guidare i furgoni a bordo dei quali gli extracomunitari venivano condotti nei campi.

Agli arresti domiciliari, invece, sono finite altre sei persone: i faccendieri Mario Montarello e Giacomo Mamone. Ma anche l’imprenditore agricolo Francesco Calogero, Domenico Careri, Vincenzo Straputicari e Pasquale Raso. Questo è il figlio di Filippo. Nell’inchiesta è coinvolta anche la sorella, Raffaella Raso, indagata perché fittiziamente proprietaria dell’azienda agricola sequestrata dalla polizia. Secondo i magistrati, infatti, la ditta individuale era di fatto gestita dal padre.

Approfittando del loro stato di bisogno, attraverso i faccendieri e i caporali, Filippo Raso e altri imprenditori agricoli reclutavano i braccianti africani e li costringevano a lavorare in condizioni disumane e di pericolo. Grazie ai pedinamenti e alle intercettazioni telefoniche, la squadra mobile è riuscita a dimostrare i contatti tra l’imprenditore ritenuto vicino ai clan e i caporali “Rasta” e “Cafù” che operavano al suo servizio. C’è chi aveva il compito di reclutare gli extracomunitari nella baraccopoli e chi quello di controllarli durante l’orario di lavoro e sottopagarli a fine giornata.

Ogni mattina, i braccianti venivano presi nelle strade vicino alla baraccopoli e accompagnati nei campi con furgoni recuperati dall’indagato Giacomo Mamone. Nella baraccopoli di San Ferdinando si consumava un sostanziale incontro tra la domanda di lavoro nero, proveniente dagli imprenditori agricoli, e l’offerta dei migranti che, pur di lavorare, accettavano qualunque paga ed erano disposti a soddisfare qualunque tipo esigenza.

“È un’attività – spiega il questore Bruno Megale – che si inserisce nel solco di una serie di servizi che stiamo svolgendo nella Piana, in un territorio particolarmente difficile. La presenza di cittadini immigrati che si concentrano in quella zona ha fatto insorgere il timore che si potessero verificarsi episodi di intolleranza”.

“Le intercettazioni ci hanno dato uno spaccato criminale e inquietante. – ha affermato il capo della squadra mobile Francesco Rattà -. Alcuni lavoratori, che trovavano alloggio nella baraccopoli, venivano reclutati dai caporali e pagati al giorno 25 euro, un prezzo più che dimezzato rispetto a quanto stabilisce il contratto collettivo. Tutto questo avveniva attraverso lo sfruttamento dello stato di bisogno”. Nel corso delle perquisizioni di stanotte gli agenti del commissariato di Gioia Tauro, guidati da Diego Trotta, hanno trovato una pistola e piccoli quantitativi di sostanza stupefacente.

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