Il Governo Draghi non ha solo spostato notevolmente a destra l’asse politico dell’Italia, riesumando fra l’altro personaggi che ci eravamo illusi di aver gettato nella pattumiera della Storia insieme alle loro ricette fallimentari (si vedano gli inutili, anzi deleteri, sforzi di Renato Brunetta di riformare la Pubblica Amministrazione, un settore davvero chiave per il nostro futuro prossimo e no, messo nelle mani di un incompetente provato e conclamato).

Non ha solo rimesso saldamente nelle mani della finanza e della Confindustria la gestione dei fondi europei e più in generale il potere decisionale che il Governo Conte aveva loro, sia pure molto parzialmente e provvisoriamente, sottratto.

Non ha solo ribadito, al di là di ogni ragionevole dubbio, la piena subalternità dell’Italia al quadro atlantico e al predominio degli Stati Uniti in irrefrenabile declino ma ancora pericolosi per la pace (si veda il bombardamento alle milizie sciite col quale Biden ha dato il benvenuto al viaggio in Iraq di Papa Francesco).

Non ha solo rimesso in posti di governo personaggi impresentabili per vari motivi, dall’ostentazione del razzismo a quella di un analfabetismo pressoché totale, agli innumerevoli conflitti di interessi. Mario Draghi è anche riuscito a far piombare in una gravissima crisi tutti e tre i partiti del centrosinistra che erano stati l’anima del Governo Conte: Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali.

Quest’ultima impresa è stata invero facilitata, al pari del resto delle altre, dalla mancanza di una vera e propria cultura alternativa di cui questi schieramenti politici e i loro – per così dire – leader fossero in qualche modo provvisti. Sapevamo che il Pd è un coacervo di correnti e gruppi di potere locale, pesantemente infiltrato dalla quinta colonna renziana e visibilmente subalterno, a cominciare dal punto di vista ideologico e culturale, al potere con la P maiuscola, si tratti della Confindustria o della Nato. Anche LeU è uscita spaccata dalla vicenda, data la giusta decisione di Nicola Fratoianni e della stragrande maggioranza di Sinistra italiana di sottrarsi all’esiziale ossequio nei confronti di Draghi.

Quanto ai 5 Stelle, ricordiamo che erano assurti non più di cinque anni or sono ad astro nascente della politica italiana, in grado di convogliare massicci consensi provenienti da masse di gente giustamente delusa dalla finta sinistra e, altrettanto giustamente, diffidenti nei confronti della destra. Ebbene, l’apparentemente irresistibile ascesa di Mario Draghi ai vertici del sistema politico italiano è riuscita, nel giro di poche settimane, a gettarli in una crisi profonda, emarginando notevole parte degli iscritti e dei rappresentanti ed accelerando la loro mutazione genetica irreversibile.

Dalle contraddittorie fumisterie ammannite per oltre un lustro agli italiani, in cui c’era un po’ tutto e il suo contrario, condite con slogan generici e superficiali, del tipo “uno vale uno” e “onestà”, emerge, per riprendere le recenti parole di Di Maio, un partito di stampo “moderato e liberale, che metterà l’accento sulle tematiche ambientali” che, date le premesse, si rivelano essere null’altro che una striminzita foglia di fico.

È proprio il caso di dire che la montagna ha partorito il topolino. Ovvero considerare, in prospettiva storica, come la triste fine dei 5 Stelle risucchiati da Draghi costituisca l’epilogo dell’ennesima storia italiana all’insegna del trasformismo e dell’opportunismo. C’è da temere fortemente che non basterà l’onesto carisma di Giuseppe Conte a trarre il sangue dalle rape, pescando nell’attuale litigioso marasma interno dei “piddini” e dei grillini per costruire un nuovo schieramento di centrosinistra effettivamente in grado di competere colla destra.

Quest’ultima, sostituendo alla leadership arruffona e perdente di Matteo Salvini quella lucida e tranquillizzante di Giancarlo Giorgetti che di Draghi è, da tempo, uno dei consorti politici più stabili e coerenti, potrebbe per tutto un periodo ricollocarsi alla guida della politica italiana. Giocando oltretutto su due tavoli contemporaneamente, grazie all’astuta scelta di Giorgia Meloni di optare per un’opposizione, sia pure tutta di facciata e “responsabile”, a Draghi.

E alla destra di finta lotta e vero governo (sempre e comunque nell’esclusivo interesse dei ceti ristretti che rappresentano) occorrerebbe contrapporre una sinistra altrettanto lucida ma in grado di esercitare, sul popolo e sull’elettorato, quel richiamo che ha perso in seguito alle scelte scellerate compiute almeno dagli anni Novanta in poi. Un cammino verso l’irrilevanza e l’autodistruzione che i malfermi leader del centrosinistra continuano a percorrere come un branco di pecore suicide ansiose di gettarsi nel vuoto, come dimostra l’abbraccio mortale con Draghi per il quale i vari Grillo, Zingaretti & C. stanno pagando e continueranno a pagare un prezzo elevatissimo in termini di credibilità politica.

Tornando ai 5 Stelle, c’è da sperare che l’attuale caos interno sappia distillare la loro parte migliore per farne, seguendo l’esempio delle senatrici Nugnes e Fattori, un importante interlocutore per quella sinistra che sarebbe finalmente ora di costruire in Italia sulle macerie del governo giallorosa.

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