Il discorso di Mario Draghi al Senato italiano è risultato, tutto sommato, non entusiasmante per vari aspetti e vago su molti. Da esso traspariva ovviamente, fatta la tara degli omaggi di prammatica a Papa Francesco e alla sua enciclica ambientalista, un innegabile e scontato ossequio al mercato e alle sue leggi supreme. Tuttavia, la parte peggiore del discorso per la sua inconsistenza, e quindi sia per le poche cose dette che per le molte non dette, è stata quella dedicata alla politica estera ed europea.

Ciò può apparire strano, trattandosi di una personalità di indubbio e – almeno in parte – meritato prestigio a livello internazionale. Ma non bisogna dimenticare che tale prestigio Mario Draghi lo ha acquisito nella sua qualità di grande banchiere e presidente della Banca centrale europea.

La politica estera di uno Stato, sia pure a sovranità limitata in questo ed altri ambiti, come l’Italia, presenta dimensioni e sfide che vanno al di là dell’orizzonte ideologico e di valori della finanza. E questo specie in un momento come l’attuale, nel quale si registra un’accelerazione indiscutibile verso un effettivo governo multipolare del pianeta, colle sfide globali – a cominciare da quella della pandemia da Covid – che incalzano, mentre nuovi equilibri di potere si fanno strada, spazzando via definitivamente l’egemonia statunitense e del cosiddetto Occidente, anche ma non solo nella sua versione spazzatura che è stata quella di Donald Trump.

La lista delle obiezioni e critiche puntuali ai detti e non detti di Draghi in materia di politica estera e relazioni internazionali sarebbe lunghissima e non è, quindi, possibile farla in questa sede. Limitandosi a qualche accenno, occorre concordare anzitutto con Tommaso Di Francesco che ha segnalato l’inadeguatezza della prospettiva europea basata sull’inserimento, più o meno alla pari, dell’Italia nel gruppo di testa dell’Unione costituito dal presidente Macron e da Angela Merkel – entrambi del resto oggi in crisi e non certo d’accordo tra di loro su tutto. Sarebbe invece necessaria ed urgente una prospettiva diversa, con l’assunzione da parte del nostro Paese di un ruolo di leadership della parte mediterranea dell’Unione europea.

Ciò implica, peraltro, anche la necessità di affrontare le gravi questioni aperte a livello mediterraneo, a cominciare da quella palestinese. Così come di entrare nel merito delle gravissime violazioni dei diritti umani che si consumano nell’area da parte di governi come quello egiziano, saudita, turco ed altri, finendo di rifornire tali governi, e quello israeliano, di armi di ogni genere, premesse di inevitabili guerre future. Invece, la violazione dei diritti viene evocata da Draghi solo in relazione alla Russia, quasi che il resto del mondo, a cominciare dallo stesso Occidente e dai suoi governi vassalli, fosse al riguardo un paradiso o presentasse comunque una situazione soddisfacente, cosa che sappiamo benissimo non essere vera.

Anche la Cina, potenza emergente a livello mondiale che è recentemente divenuta il primo partner economico dell’Unione europea, colla quale ha stipulato un importante accordo per gli investimenti, viene citata in modo marginale, in connessione alla parola “preoccupazione“, come se invece che di occasioni di dialogo e scambio proficuo il grande Paese orientale fosse solo o principalmente motivo di tensioni ed inquietudini.

Nessun accenno alla tematica della messa fuori legge delle armi nucleari, che peraltro è non solo tema pacifista ma anche ambientalista per eccellenza, e che vede il nostro territorio tuttora deposito statunitense di bombe atomiche, in flagrante violazione del Trattato di non-proliferazione nucleare. E dire che il ministro degli Esteri riconfermato aveva a suo tempo firmato l’appoggio al nuovo trattato internazionale in materia approvato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ma si sa che la coerenza non rientra tra le caratteristiche sue personali, né tra quelle del suo partito.

L’elenco potrebbe continuare. È evidente come il discorso di Draghi non avrebbe potuto affrontare in modo minuzioso tutti questi ed altri temi, ma quanto detto e soprattutto la riaffermazione dogmatica e indiscutibile del credo atlantista, che oggi come oggi non significa altro che totale e cieca sottomissione a vedute e propositi delle élite occidentali in decadenza, non lascia alcuna illusione. In questo come in altri casi il problema non è certo tecnico, dato che del resto il ruolo di consigliere diplomatico di Draghi è stato affidato a persona di indubbia esperienza e competenza come l’ambasciatore Luigi Mattiolo. Il problema è politico.

È, del resto, logico che un banchiere di vertice come Draghi, il cui credo neoliberista non è stato in realtà per nulla scalfito neanche dai recenti eventi, si affidi alla supremazia degli Stati Uniti, in quanto unici garanti affidabili del sistema capitalista mondiale che sta portando il mondo alla catastrofe sociale ed ambientale, ma che per lui ed altri è il solo e unico possibile… Si conferma quindi che la politica estera, così come la politica in genere, è cosa troppo seria e importante per lasciarla nelle mani dei banchieri e dei mercanti in genere, pur se di altissimo profilo.

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