“Al Sacco le varianti inglesi sarebbero 6 su 50 casi testati. Bizzarro”, perché “se è così, sono tutti passati per il mio reparto! Dirigo un laboratorio di ricerca universitario che lavora sulle sequenze di Sars-CoV-2 da gennaio 2020. Dei miei dati sono certo”. Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco e dell’università degli Studi di Milano, scrive su Twitter il suo pensiero e allega “tre pubblicazioni” in merito. Il riferimento del professore, uno degli scienziati più amati e ascoltati in questo anno, è a una nota con cui ieri sera l’Asst Fatebenefratelli Sacco del capoluogo lombardo è intervenuta sulla frase del medico Mattino 5 a proposito delle varianti: “Siamo tutti d’accordo che vorremmo riaprire tutto quello che si può aprire – aveva affermato l’esperto – Però guardi caso”, aveva spiegato a chi lo intervistava, “io mi ritrovo ad avere il reparto invaso da nuove varianti, e questo riguarda tutta quanta l’Italia e fa facilmente prevedere che a breve avremo problemi più seri. Questa è la realtà attorno alla quale è inutile fare ricami”.

Ieri la replica dell’azienda socio sanitaria territoriale: all’ospedale Sacco di Milano, “nel periodo dal 23 dicembre 2020 al 4 febbraio 2021, sono stati ricoverati 314 pazienti positivi a Covid. I dati raccolti hanno rilevato la presenza di 6 pazienti positivi alla variante Uk su un totale di 50 casi che, in ragione delle loro caratteristiche, sono stati sottoposti a sequenziamento”. In merito ad alcune notizie apparse sulla stampa riguardanti “reparti pieni di varianti”, riferite al reparto di degenza di Malattie infettive del Sacco, l’Asst precisava che “tali affermazioni al momento attuale non rappresentano la reale situazione epidemiologica all’interno del Presidio”. Ora, in un tweet, la risposta di Galli.

Il medico al Corriere della Sera aveva detto: “Nel nostro laboratorio da tempo studiamo le sequenze del virus dei nostri ricoverati: quello che posso dire è che dei 20 letti che seguo direttamente almeno uno su tre è occupato da contagiati di una variante. Non ho ancora dati precisi ma possiamo ipotizzare si tratti di quella inglese. Per ora non abbiamo evidenza di altri ceppi”. La preoccupazione è che possa ripetersi “quello che è accaduto nel Regno Unito dove tutto è partito intorno al 23 settembre scorso. Se ne sono accorti più o meno due mesi dopo e nel giro di poco ha sostituito l’altro ceppo, che era quello che girava da noi. Se arriva qui, essendo altamente diffusiva, ci metterà poco a diventare dominante imprimendo un ritmo più veloce. Diciamo che se prima era un andamento moderatamente lento potrebbe diventare molto più rock con tutti i danni del caso”, spiega ancora. Per questo motivo “Serve una campagna vaccinale molto rapida ed estesa altrimenti è difficile venirne fuori“.

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