L’ingresso di Cassa depositi e prestiti in Autostrade per l’Italia, l’ennesimo salvataggio di Alitalia, la creazione della rete unica pubblica in fibra, la concretizzazione dell’ingresso di Invitalia nell’ex Ilva accanto ad Arcelor Mittal. Oltre all’uscita del Tesoro dal capitale del Monte dei Paschi di Siena una volta completato il piano di ristrutturazione, come previsto dagli accordi con Bruxelles. Sono i dossier industriali e finanziari caldi che il governo Draghi, se anche il suo orizzonte fosse limitato a un solo anno, non può non affrontare mentre gestisce pandemia, nuovi ristori e piano di ripresa e resilienza. Perché le decisioni su questi nodi che gli esecutivi precedenti non sono riusciti a sciogliere – e che Bruxelles tiene sotto la lente per i possibili effetti sulla concorrenza – non sono più rinviabili.

Il fronte senese è delicatissimo visto che l’acquisizione di Antonveneta che avrebbe affossato Mps fu autorizzata proprio da Draghi nelle vesti di governatore di Bankitalia. Sulle altre partite la prima incognita è se l’uomo delle privatizzazioni riterrà opportuno proseguire nel solco tracciato dai governi Conte e caldeggiato da Beppe Grillo: ritorno allo Stato imprenditore che interviene quando il mercato lasciato a se stesso non offre soluzioni accettabili in un’ottica di interesse pubblico. Federico Caffè, grande economista keynesiano con cui Mario Draghi si laureò, una strada per scegliere tra intervento statale e “mano invisibile” l’aveva indicata molto chiaramente: via libera se necessario per il bene collettivo e se quella spesa di risorse di tutti si traduce in occupazione e “maggiore equità“. Insomma, se è “debito buono“, nelle parole dell’ex presidente della Bce.

Autostrade tra ingresso di Cdp e ricorsi alla Ue – Dalla tragedia del Ponte Morandi, subito seguito dall‘annuncio che il governo avrebbe revocato la concessione ad Autostrade, sono passati due anni e mezzo. L’accordo sull’uscita dei Benetton e di Atlantia dall’azionariato, sottoscritto lo scorso luglio, per ora non ha dato frutti. Ora la scadenza è il 24 febbraio: per quella data la holding attende l’offerta definitiva e vincolante di Cdp e dei compagni di cordata Blackstone e Macquarie per Aspi, su cui grava il rischio di dover sostenere in futuro notevoli uscite a titolo di risarcimento danni per il crollo della struttura che doveva manutenere. Se gli azionisti giudicheranno il prezzo offerto non equo, come successo l’anno scorso, il gruppo andrà avanti con la scissione e la vendita sul mercato al miglior offerente. Nel frattempo Bruxelles si è mossa, dopo i ricorsi dei soci di minoranza, chiedendo chiarimenti all’Italia sulle modifiche normative introdotte con il Milleproroghe 2019. Tra cui la cancellazione delle penali da pagare in caso di revoca per inadempimento: per la Ue “sembrano tali da incidere sulla posizione di coloro che hanno fatto affidamento sul precedente regime di concessione”. Roma ha due mesi per rispondere.

Alitalia e il dilemma del nuovo salvataggio – La Commissione europea ha messo sotto esame anche la “nuova” Alitalia – Ita – che dovrebbe ancora una volta nascere dalle ceneri della disastrata compagnia di bandiera commissariata dal 2017 e i cui conti sono stati ulteriormente affossati dal Covid come successo a tutto il settore. “E’ davvero importante che, se viene creata una nuova compagnia, sia davvero una newco, con un business model che possa funzionare, con un’idea di business che possa portare a servire bene i clienti e gli azionisti“, ha ribadito mercoledì la vicepresidente esecutiva responsabile per la Concorrenza Margrethe Vestager. Per valutarlo si terrà conto di “diversi fattori: i dipendenti, gli asset, il marchio, il modello di business”. Di qui la necessità di un nuovo bando di gara – il primo, per un lotto unico, era stato sospeso – per vendere separatamente i “gioielli”, dalle attività direttamente legate al volo fino all’handling. Nel frattempo il conto per lo Stato sale: siamo a 1,5 miliardi in poco più di tre anni, 13 in totale se si considerano tutti gli esborsi a partire dagli anni Settanta. E ora la cassa è di nuovo vuota e servono altri soldi semplicemente per pagare gli stipendi e tirare avanti fino alla vendita. E se “arrivasse una decisione negativa sugli aiuti pubblici il rimborso delle sovvenzioni sarebbe a suo onere”, ha ricordato Vestager. Per il comparto aereo il ritorno a livelli pre crisi arriverà secondo la Iata non prima del 2024: il nuovo governo deve decidere se vale la pena investirci ancora, al netto del necessario sostegno ai lavoratori.

Ex Ilva verso l’ingresso di Invitalia. Il sogno decarbonizzazione – Su questo la Ue ha già dato via libera: nulla osta all’ingresso di Invitalia in AmInvestco accanto all’affittuario Arcelor con il 50% (per ora), attraverso un aumento di capitale da 400 milioni. Soluzione trovata a valle di un braccio di ferro all’insegna delle minacce di fuga del colosso dell’acciaio con il pretesto dell’abolizione dello scudo penale che escludeva guai giudiziari durante l’attuazione del Piano ambientale e con lo spettro di migliaia di esuberi. Ma l’accordo raggiunto il 10 dicembre, che scontenta gli enti locali esclusi dal negoziato, non risolve certo gli annosi problemi dell’ex Ilva: proprio nel giorno dell’insediamento del nuovo governo il Tar di Lecce ha decretato che entro 60 giorni l’area a caldo va spenta perché continua ad inquinare. Arcelor si appellerà al Consiglio di Stato. Intanto la Fiom Cgil vede il rischio che “l’iniezione diretta e indiretta (la cig) di capitale pubblico prendano la strada della remunerazione speculativa del capitale“. E il 17 febbraio i 1.600 lavoratori cassintegrati rimasti in capo all’Ilva in amministrazione straordinaria sciopereranno per chiedere l’integrazione salariale del 10%: c’è un emendamento ad hoc nel Milleproroghe per rifinanziarla ma a loro i soldi servono subito. Le ditte dell’indotto dal canto loro lamentano che Arcelor ha smesso ancora una volta di pagarle. Con l’arrivo dei fondi del Next Generation Eu si riaprirà la partita della possibile decarbonizzazione utilizzando l’idrogeno per la produzione di preridotto: un progetto citato nel Recovery plan approvato dal Conte 2 prima delle dimissioni. Da vedere se il nuovo governo che si definisce ambientalista lo confermerà nel testo finale con il dettaglio sui progetti.

Rete unica in stallo – Tra i tanti dossier congelati da Cassa depositi e prestiti in attesa del nuovo governo – che dovrà rinnovarne il cda – c’è quello della rete unica in fibra che dovrebbe nascere da una fusione tra Fibercop (la società della rete di Tim, Fastweb e Kkr) e Open Fiber, di cui Enel e Cdp hanno ognuna il 50%. Il primo passo sarebbe l’acquisizione, da parte della cassaforte del risparmio postale che ha già il 9,8% di Tim, di una parte delle quote in pancia al gruppo energetico. I nodi sono tanti: il prezzo, perché il fondo australiano Macquarie ha offerto per il 50% 2,6 miliardi, l’istruttoria Antitrust su Fibercop, il valore relativo di Fibercop e Open Fiber da “pesare” per arrivare alle nozze. Non solo: anche questa operazione è controllata a vista dalla Vestager per i possibili effetti sulla concorrenza nel settore delle comunicazioni elettroniche. Nel piano della task force guidata da Vittorio Colao, nuovo ministro alla transizione digitale, si parla dello sviluppo ubiquo della rete in fibra ottica come “priorità assoluta“, ma nulla si dice sull’opportunità di mettere insieme due reti diverse (quella di Tim è ancora in rame nel tratto dagli armadietti in strada alle abitazioni).

Mps verso la ri-privatizzazione (con il no M5s) – La necessità del “consolidamento” nel settore bancario, leggi fusioni per creare meno gruppi più solidi, è stata uno dei mantra del Draghi banchiere centrale. Arrivato a Palazzo Chigi, spetterà a lui disegnare l’exit strategy del Tesoro da Mps, salvata nel 2017 con l’ingresso dello Stato come socio di maggioranza al costo di 5,4 miliardi pubblici. L’istituto ha chiuso il 2020 con una maxi perdita da 1,69 miliardi che porta a 23 miliardi il rosso accumulato nell’ultimo decennio complice anche la disgraziata acquisizione di Antonveneta approvata da Bankitalia ai tempi di Draghi governatore. Ora ha bisogno di un aumento di capitale da almeno 2,5, a cui giocoforza via XX Settembre che ha il 64% parteciperà pro quota. Poi, entro fine anno, va rispettato l‘impegno con la Ue di ri-privatizzarla. Il governo precedente lavorava – l’aveva propiziata con una generosa dote – in vista di una fusione con Unicredit, dove sta per approdare con il ruolo di presidente l’ex ministro Pier Carlo Padoan che del salvataggio pubblico fu l’artefice. La decisione spetta al nuovo ad Andrea Orcel, a cui tocca prendere le redini di un gruppo che nel 2020 ha registrato un rosso di 2,8 miliardi. Nel frattempo Mps ha confermato l’arrivo di una manifestazione di interesse da parte del fondo Apollo, ma secondo gli analisti è improbabile che un investitore con orizzonte di breve periodo possa essere ritenuto adeguato da ministero dell’Economia e Bce. Un’altra opzione è che l’operazione possa allargarsi a Banco Bpm. A complicare il quadro c’è la politica, con 5 Stelle e Fratelli d’Italia (che ha appena depositato una mozione ad hoc in Senato) contrarie alla privatizzazione in nome della “banca pubblica“, mentre la Lega chiede di “salvare un patrimonio di Siena e di tutta Italia”. Difficile che Draghi scelga una strada diversa da quella concordata con Bruxelles.

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