Almeno un miliardo e settecento milioni. A tanto potrebbe ammontare il costo per le casse pubbliche dell’ennesimo salvataggio Alitalia. L’ex compagnia di bandiera ha infatti bisogno di altri 200 milioni di euro per tirare avanti fino al momento della cessione. La cifra si aggiunge ai 900 milioni del prestito ponte, ai 400 milioni concessi dal governo Conte a gennaio dello scorso anno e agli ulteriori 200 milioni messi sul piatto dall’esecutivo per tamponare l’emergenza Covid. In totale 1,7 miliardi, per l’appunto. Senza contare il peso degli ammortizzatori sociali che, con circa 6800 lavoratori in cassa integrazione, si aggira sui 350 milioni l’anno. Un vero salasso in vista di un progetto di dismissione ancora in alto mare e con i dipendenti che già a febbraio rischiano di non vedere lo stipendio.

Dopo lo stop di Bruxelles ad una procedura di vendita senza un bando internazionale, il commissario Giuseppe Leogrande naviga a vista in attesa indicazioni dal Mise e dal Tesoro. Secondo quanto risulta al fattoquotidiano.it, attendendo la nascita del governo di Mario Draghi, sul tavolo del Mise restano tre ipotesi di lavoro. La prima prevede la realizzazione di un nuovo bando che però necessiterebbe di almeno sei mesi per mettere a punto una gara internazionale. La seconda, la meno probabile, ipotizza un conferimento diretto alla newco Ita senza tener conto del diktat di Bruxelles. Infine, la terza, sostenuta dal deputato Leu, Stefano Fassina, prevede l’acquisizione da parte dello Stato degli asset Alitalia azzerando il debito con le casse pubbliche.

Secondo Ugo Arrigo, consulente del ministero dei trasporti, quest’ultima soluzione consentirebbe il rilancio dell’ex compagnia di bandiera con i tre miliardi previsti per Ita. “Ma l’impressione è che in Italia non si voglia proprio attuale un vero piano di rilancio e sviluppo per Alitalia – dichiara Antonio Amoroso, segretario nazionale Cub Trasporti -. I governi che si sono succeduti hanno sperperato ingenti risorse, ma hanno voluto rimettere in discussione il fatto che il controllo del ricco mercato del trasporto aereo italiano passasse nelle mani della concorrenza. Con buona pace di un altro asset industriale strategico per il nostro Paese. Oggi siamo al paradosso: si annuncia un investimento di 3 miliardi non per rilanciare la compagnia di bandiera ma per ridimensionare, licenziare e smembrare Alitalia”. Con il rischio anche di ricorsi.

Indipendentemente dalle scelte del futuro governo, il Mise annullerà a breve il precedente bando di vendita di Alitalia. Il problema è però che, nel maggio 2020, c’erano ben otto manifestazioni di interesse per Alitalia, tre dei quali per il pacchetto completo, il resto per le divisioni handling e manutenzione. Fra queste quelle di Almaviva e della società sudamericana Synergy Group Corp. di proprietà di Germán Efromovich. Sullo sfondo intanto un nuovo giallo: un’offerta statunitense capitanata da Flavio Robert Paltrinieri che riunirebbe un gruppo di investitori disponibili, a suo dire, a mettere sul piatto 10 miliardi di euro per mettere le mani sugli asset di Alitalia. La proposta è stata anticipata ai sindacati nel corso della manifestazione di lunedì 8 febbraio a Roma, ma non ancora formalizzata.

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