Nelle scorse settimane ho seguito con attenzione – e non solo per dovere professionale – le rivendicazioni dei collettivi studenteschi che hanno occupato diversi licei e istituti superiori milanesi, reclamando il diritto di tornare alla scuola in presenza.

Pensare che la vicenda si esaurisca con il ritorno in zona gialla della Lombardia sarebbe un errore. E non solo perché la situazione è precaria come le foglie autunnali di ungarettiana memoria. Il punto di fondo sta nel disallineamento tra la politica e le concrete esigenze del Paese: è proprio da questo vuoto culturale che nasce la superficiale convinzione secondo la quale la socialità scolastica sarebbe qualcosa di sacrificabile in caso di necessità e non un pilastro sul quale (ri)costruire il futuro.

Così come i problemi della scuola non sono certo cominciati con il Covid, non si può pensare che il tutto si possa esaurire con l’accantonamento – per quanto? – della didattica a distanza. Al contrario, la felice coincidenza con la prossima tornata elettorale dovrebbe spingerci ad invitare i giovani più appassionati ad assumere un ruolo attivo: se progettare il futuro dovrebbe essere l’essenza stessa della politica, sarebbe davvero delittuoso non saperlo fare quando ogni speranza gira intorno a un piano che si chiama Next Generation EU.

In questo è impensabile non coinvolgere chi del futuro sarà protagonista, ma bisogna evitare due distorsioni: da un lato c’è quella che consiste nello strumentalizzare la presenza di giovani in politica usandoli come “figurine” senza reale possibilità di incidere, mentre l’eccesso opposto sarebbe invece cedere nuovamente alla tentazione del giovanilismo. Quest’ultima tendenza ha dato abbondante spazio a nugoli di giovani definibili tali solo sul piano anagrafico: molto spesso per nulla dissimili dai loro predecessori nel modo di intendere la politica, ma senza averne l’esperienza. E, fatte salve le dovute eccezioni, nemmeno le capacità.

Per fortuna ci sono anche esempi virtuosi. Ad esempio Elly Schlein, che ha iniziato a far parlare di sé quando ha lanciato il motto #occupyPd, guarda caso così assonante con quello che i liceali milanesi stanno facendo in questo periodo. E sarebbe davvero bello che la politica, in generale, fosse un posto più accogliente per chi ha veramente voglia di cambiare l’ordine delle cose. E non solamente chi da tale ordine ne trae beneficio.

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