Quello che segue è un contributo scritto per ilfattoquotidiano.it da Cinzia Leone, senatrice M5s e vicepresidente della commissione d’inchiesta sul Femminicidio e su ogni forma di violenza di genere. Nel suo intervento la parlamentare parla della necessità della prevenzione dopo l’omicidio della 17enne Roberta Siragusa a Caccamo (Palermo). La gip Angela Lo Piparo, nelle 18 pagine dell’ordinanza con cui ha disposto la custodia cautelare del fidanzato Pietro Morreale, ha descritto il corpo della ragazza come “dilaniato” e parlato di “immagini che lasciano sgomenti” per la brutalità delle violenze.

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La scorsa estate, quando appresi che nella villetta comunale di Caccamo, in provincia di Palermo, era stata vandalizzata la panchina rossa, ho cercato più volte di mettermi in contatto con il sindaco per creare un evento di sensibilizzazione sul tema. La panchina rossa, il colore del sangue, è il simbolo scelto per indicare il posto occupato da una donna che non c’è più, per via della violenza brutale che con cadenza più che settimanale si abbatte su una persona nel nostro paese. L’ultimo è l’episodio di impressionante violenza avvenuto in provincia di Lecce e che ha tolto la vita a Sonia Di Maggio.

Niente, non ho avuto nemmeno una risposta dal sindaco. Ma non si tratta di distrazione, da noi in Sicilia anche il silenzio è una risposta chiara e netta. Purtroppo adesso ci troviamo a riflettere sulla violenza di genere proprio a Caccamo, perché in quel paesino è stata uccisa Roberta Siragusa, la ragazza diciassettenne molto probabilmente vittima di femminicidio.

Poche ore dopo il tragico evento ho appreso che il nome di Roberta è stato scritto sulla ‘panchina rossa’ di Caccamo grazie all’iniziativa di un artista locale: Dario Spatafora. Mi auguro che almeno da questo evento drammatico si possa trarre un insegnamento: la prevenzione, la diffusione della cultura del rispetto e della gestione delle emozioni possono salvare vite umane e far fare un grande passo in avanti alla nostra società. Ho avuto l’onore di inaugurare decine di panchine rosse in paesetti sperduti insieme ai parenti e amici di vittime del femminicidio: si tratta di un simbolo di forte portata comunicativa e per nulla un fatto di folclore, in un mondo come il nostro caratterizzato dal linguaggio iconico.

La mia esperienza, molto formativa, nella commissione d’inchiesta sul Femminicidio del Senato, con tante audizioni qualificate, numerose visite sul territorio e il lungo studio dei documenti di settore, mi porta alla conclusione che c’è ancora molta superficialità nel trattare il tema della violenza domestica e di genere. Purtroppo anche per il caso di Roberta abbiamo dovuto leggere articoli o ascoltare servizi tv in cui si cade nel solito errore di rintracciare “colpe” o “improvvide cause scatenanti” nel comportamento della vittima che avrebbero provocato la reazione del carnefice. Non è mancato il solito sensazionalismo, che ha il solo fine di distrarre il lettore dal focus.

D’altra parte in terre difficili sul piano della legalità come la mia Sicilia, anche nel contrasto alla violenza di genere si sconta un caro prezzo all’omertà, alla mentalità mafiosa che è intrisa di maschilismo. Caccamo si trova in una zona ad alta densità mafiosa, un luogo in cui i boss hanno consacrato le loro leadership con la speculazione edilizia. Giovanni Falcone già negli anni ‘80 aveva definito Caccamo la Svizzera della Sicilia. Quest’espressione dal sapore sciasciano la dobbiamo intendere bene nel suo significato più profondo. Perché se Falcone mette questa ‘nciuria, questo nomignolo, si tratta di una scelta non da poco. La Svizzera (quella vera) negli anni 80/90 era il paese in cui trasmigravano i guadagni illeciti delle cosche. Era il luogo in cui i latitanti mafiosi potevano circolare tranquillamente ed erano svizzeri i due magistrati che Falcone ospitava nella sua villa all’Addaura, dove fu sventato un attentato contro la sua persona. Falcone non dice “Svizzera siciliana”, ma “Svizzera della Sicilia”. Ciò vuol dire che a Caccamo si vive come in Svizzera e per questo il paese diventa un luogo singolare, dove avvengono cose che altrove non possono accadere più. Si pensi all’attentato di Domenico Geraci, il quarantenne ex militante Cisl, ucciso dopo solo due mesi dopo aver presentato la sua candidatura a sindaco nel 1998. Venne ucciso con la lupara nella pubblica piazza sotto gli occhi di tutti. E ciò avveniva proprio quando le mafie avevano deciso di abbandonare la strategia stragista. Domenico Geraci nella sua campagna elettorale denunciava che nel piano regolatore del paese venivano tutelati interessi non legali.

Il contrasto al femminicidio e a ogni forma di violenza di genere ha bisogno di un enorme lavoro sulla prevenzione, la repressione non basta. E per fare prevenzione bisogna anche sconfiggere quella cultura mafiosa e omertosa su cui ancora troppo spesso andiamo a sbattere. Abbiamo fatto grandi progressi con le ultime norme approvate, a partire dal Codice Rosso, dobbiamo fare un ulteriore salto di qualità culturale. Sviluppiamo ovunque l’educazione emozionale, che aiuta giovani e meno giovani a lavorare sulla gestione interiore e sul controllo dei comportamenti. Implementiamo i tanti progetti positivi per il trattamento degli uomini maltrattanti, devono imparare a lavorare su sé stessi. La prevenzione è una cosa seria e costituisce un’arma gentile che può salvare tante vite umane.

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